Visualizzazione post con etichetta Dialogo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dialogo. Mostra tutti i post

venerdì 31 maggio 2013

Trentatre


"Ci hanno prese?"
"No, abbiamo passato soltanto la prima selezione."
Rosa in visibilio, Sara sinceramente felice, più per lei che per sè stessa, non poteva permettere che l'amica si facesse grandi illusioni.
"Domani sapremo davvero se è andata bene."
Rosa annuì, aveva ripreso colore ma non ancora la voce. Era come un sogno, uno splendido sogno.
Insieme le amiche s'incamminarono, lasciandosi alle spalle il vecchio teatro. Sara doveva andare alla scuola di ballo perché il lavoro l'attendeva, mentre Rosa non poteva tornare ancora a casa poiché i genitori la credevano al salone di bellezza ancora per un paio di ore.
Si diresse al bar "Trentatre" dove lavorava Marco, un ragazzo che le piaceva molto. Si conoscevano da anni ma non avevano un vero e proprio rapporto di amicizia. Rosa era sempre stata convinta di non essere abbastanza interessante per lui, ma quel giorno era diverso. Quel pomeriggio estivo la ragazza aveva la sicurezza di sé che le era mancata per il resto della vita. Erano ancora le quattro, poteva andare là, il bar sarebbe stato quasi vuoto a quell'ora e dirgli, sai, ho fatto un provino per entrare nel corpo di ballo i uno spettacolo teatrale e mi hanno preso. Da Settembre girerò l'Italia con la tournee di Romeo e Giulietta. E lui finalmente le avrebbe dato ascolto. Poi gli avrebbe potuto raccontare che le ragazze quella mattina erano tantissime e quasi tutte professioniste. Lei era molto emozionata ma riuscendo comunque a mostrare il meglio di sé era stata presa.
Vagheggiando si diresse a grandi passi verso il bar.
Non era assolutamente vero che era entrata nel cast, non ancora, ma una piccola soddisfazione era arrivata, la sua rivalsa iniziava il cammino. Basta sentirsi inferiore a tutte quelle ragazze che, come Viola, erano sempre capaci in tutto e ovunque suscitavano stima e ammirazione. Adesso anche lei aveva dimostrato di aver talento, finalmente le sue passioni non sarebbero considerate frivolezze.
Entrò al "Trentatre" e senza vedere nulla davanti a sé, se non un palco illuminato, si diresse al bancone. Marco era là, parlava concitato con una mora altissima dalle curve innaturali. Lei continuava a ridere come una sciocca alle parole del barista, e lui non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Non chiese neppure un caffè ed uscì.
Nuovamente una rabbia scura iniziò a farle vibrare l'animo, ma era una rabbia diversa a quella cui era abituata. Prima c'era l'impotenza di non riuscire a dimostrare le sue capacità, adesso no. Adesso che finalmente la sua autostima aveva qualcosa su cui far leva, nuovamente si vedeva sopraffatta da una ragazza che era più appariscente di lei ma sembrava a tutti gli effetti un oca, adesso la sua rabbia aveva il sapore amaro della consapevolezza.
Aspetta Rosa, sembrava dirle la sua rabbia, aspetta, poi vincerai.

lunedì 20 maggio 2013

Stai bene?


  • stai bene?
Lei era preoccupata, il tono della voce la tradiva.
  • si tranquilla, sono solo un poì stanco.
Lui si muoveva nel letto con gli occhi chiusi.
  • misurati la febbre.
  • Figurati non è niente.
Ma lei lo sentiva caldo.
Si addormentò di colpo e fu un sonno agitato, parlava e chiamava qualcuno che lei non riusciva a capire. Lo svegliò di nuovo, piano piano, e trascorse del tempo prima che lui riuscisse a capire le sue parole.
  • erano solo incubi, non ti preoccupare.


    Non riusciva a leggere il cruccio sul volto di lei che insisteva per misurargli la febbre, per chiamare un dottore.
    Lui non ne volle sentir parlare, disse ti amo, addormentandosi di nuovo.
    Quelle furono le ultime parole che lei gli sentì pronunciare.   

lunedì 18 febbraio 2013

Il racconto

La donna camminava con passo svelto e sicuro, incrociando altre donne come lei, rallentate dalla borsa della spesa, incrociava uomini in giacca e cravatta al rientro di una giornata in ufficio, incrociava ragazzi a gruppetti lungo la via.
Non prestò a nessuno la minima attenzione, proseguì per la sua strada, precisa e sicura. In fondo alla via il passaggio era meno intenso, luci spente alle finestre e silenzio nella sera. Girò a sinistra e si perse ancora di più nel nulla.
Rocky le trotterellava vicino, silenzioso e zampettante, come un bassotto qual era. La donna accelerò l'andatura, girò di nuovo a sinistra, procedette un poco poi si sedette su una vecchia panchina arrugginita.
Sembrava che conoscesse bene la zona, come il cane sembrava che conoscesse molto bene la sua parte. Non si mise a scorrazzare felice ma si accucciò ai piedi di questa.
Rimasero un po' in silenzio, poi il cane alzò la testa, molto, molto lentamente, e la guardò.
Lei non aspettava altro.
"Sai" gli disse carezzandogli il pelo "la prima sera mi portò qua. Non era così abbandonato come ora, era bello, era primavera ed era tutto un fiore".
Rocky non la guardava più, ma ormai era partita, sarebbe arrivata fino alla fine della storia. Era così tutte le sere, da anni che più non si contano.
Almeno, quella sera non pioveva.

martedì 12 febbraio 2013

Piffero


Tutto fu molto strano.
La via era stretta nel piccolo paese di mare, di cui non ricordo il nome. Era arroccato su un promontorio, questo sì.
Una via vecchia con i muri di pietra, dove solo i vecchi possono abitare.
"Mi scusi signora".
E lei si voltò. Chiesi allora l'indicazione che mi serviva.
La donna arricciò il naso e disse qualcosa, non so perché, non l'ascoltai. Guardavo quegli occhi, così vivi e azzurri, immersi in quel mare di rughe infinite.
"È lontano, venga a prendere un tè".
Era freddo ed accettai. La scala, ancora in pietra, scivolava di ghiaccio. Arrivai fin su con fatica.
"Già la scala" commentò lei "non è così comoda".
Ma si muoveva sicura, nelle vecchie gambe gonfie.
Entrammo in una stanza buia, ma arredata con cura. Soprammobili profumavano di gusto antico.
Dal retro un forte aroma invitava, e una pentola sul fuoco bolliva.
Cuoce il pranzo?
Sì, è per Piffero.
Dunque pensai che fosse il cane, ma tracce non ve ne erano. Né certamente un giardino, nella stretta strada di pietra.
Chiesi, ma disse che no, scosse la testa lentamente, non era il cane. E quasi rise della mia idea.
"Adesso è fuori, la mattina girovaga".
Sarà il gatto, mi venne in mente, non chiesi più.
Conversammo, e poi.
"Venga glielo presento" spenta la zuppa sul fuoco. Teste di pesce in un brodo denso, per un gatto, è ovvio.
Uscimmo nel terrazzo in pietra,gelato, e la donna fischiò. Forte e nitido, un fischio da uomo. Fischiò e nitido il suolo volò via, per ritornare sulle ali di Piffero che si appollaiò sul suo braccio.
Beato, mangiò la sua zuppa.
Quello era Piffero, l'anziano gabbiano di compagnia.

giovedì 31 gennaio 2013

I due uomini


L'uomo parlava ma l'altro uomo non lo ascoltava più, conosceva troppo bene quelle parole vane. Appartamento luminoso, infissi nuovi, ben riscaldato, parquet.
Lasciamo che parli.
Marco aveva già deciso, Marco era un nomade, aveva vissuto in decine di case diverse, sapeva come sceglierne una.
Quest'appartamento di periferia lo aveva chiamato e lui rispondeva, non poteva fare altro.
L'uomo attendeva una risposta, spiacente ripassi più tardi, Marco non è più lì con lei.
Gli agenti immobiliari sono vestiti tutti uguali, sembra che abbiano tutti la stessa vita. Che fandonia è questa, di sicuro che no. Ne era sicuro, tuttavia mai ne aveva avuto uno per amico.
Marco non aveva amici, o meglio, ne aveva avuti tanti, amici che passavano come le città in cui aveva vissuto. 
Anche le case erano state molte, ma lì è diverso, le case erano amanti, ognuna con la sua anima. Tutte lo avevano sedotto, conquistato, amato e poi lasciato. Era successo sempre così.
Marco, con grandi passi nel silenzio, percorre le stanze, solo la suola delle sue scarpe sembra avere qualcosa da dire.
L'altro attende, ha detto quello che poteva, adesso il suo stipendio è nelle mani di un uomo che non lo ha ascoltato. Marco.
Marco passa la mano sopra il divano in ecopelle, guarda le stampe alle pareti, il robusto mobile all'ingresso, ma nulla lo interessa. È stato altro. Quell'odore di umido, ma di buono insieme, questo è l'odore che vorrò sentire scendendo in cantina.
È bastato questo, Marco si è innamorato. E voi non lo capirete mai.

mercoledì 30 gennaio 2013

Quella mail


Ricordo tutto come fosse ieri. Stavo lavorando ed ero in assetto pomeridiano; per chi ancora non lo sapesse il mio assetto pomeridiano è il seguente, divano, portatile aperto, sette otto penne, bottiglia d'acqua, quattro o cinque blocchetti di appunti. E per terra un tè e un caffè, che mi aspettavano entrambi. Non so decidere a priori quale mi andrà prima, tanto li bevo freddi.
Mi squillò il telefono ed era lui.
Stavo lavorando bene, ed ero anche scocciata dall'interruzione, tuttavia risposi. Parlammo del più e del meno, avevo posato la penna, e scorrevo stancamente le ultime notizie dei siti d'informazione, che seguo più regolarmente. 
Niente di interessante era uscito di nuovo.
Aprii allora la posta e digrignai. Forse lui mi sentì anche. In quelle poche ore, un numero troppo alto di mail era venuto a turbare la mia serenità; cominciai a scorrerle con noia calcolata, alcune le cancellai a priori, ad altre diedi prima una veloce occhiata, altre ancora le misi da parte per leggerle poi, con maggiore calma.
Poi vidi quella. E non esisteva più niente. 
Finalmente, da mesi l'attendevo. Adesso dovevo solo leggerla. Avrebbe potuto cambiare la mia vita, non era facile.
Aprila, disse lui e il computer sembrava aver iniziato a navigare assai lento.
Attendo un tuo scoppio di ira, disse poi, pensando il peggio.
Ma non ci fu, era quella, la bella notizia che aspettavamo.

giovedì 17 gennaio 2013

Festeggiare


Quella sera dovevamo festeggiare, non l'avevamo deciso, era implicito. Passo a prenderti alle nove, le dissi soltanto.
Alle nove ero già là, e lei per una volta non mi fece attendere, scese le scale di corsa, era bellissima, nel vestito nero e con i tachi alti. Si era truccata poco, proprio come piace a me, ma profumava intensamente, fiore di bosco o qualcosa di simile.
Mi buttò le braccia al collo.
Festeggiamo?
Certo.
Dove mi porti?
È una sorpresa.
Inizia a guidare per fuori città, le strade ancora piene del rientro serale.
L'eccitazione le si leggeva in volto, trattenerla era impossibile. Mi parlò della sua amica, del vestito nuovo e di quello che avevo visto in vetrina, del gatto del vicino, dei film al cinema e di quelli in TV e di tutte quelle altre cose di cui parlano le donne se lasciate senza freno.
Quella sera non la bloccai, ma l'ascoltai anche abbastanza interessato.
Mi chiamò il mio capo e lei non sbuffò. Attese paziente giocherellando con gli orecchini luminosi. Approfittando del suo buonumore le parlai della partita a calcetto con gli amici, della cena di lavoro, del figlio di mio cugino. Per una volta almeno, mi stette a sentire.
Presi l'uscita a nord, adesso il traffico si era fatto più scorrevole, accelerai.
Lei accese la radio e si mise a canticchiare un pezzo degli Europe. Non sapeva l'inglese ed era stonata. Era bello ugualmente, però.
Alzai il volume e imboccai una curva.
Poi il vuoto, il nero. Da allora non so più niente.

mercoledì 2 gennaio 2013

Le due birre


Lei gli disse, torno subito, e si alzò.
Il locale era affollato, un prato ingombro di tavolini e sedie. Gente ovunque, accalcata a gruppetti, sdraiata sui morbidi cuscini appoggiati sull'erba. Non si passava.
Lui rimaneva lì, a guardare i loro due bicchieri vuoti.
La notte era tarda ma il calore non aveva abbandonato l'aria, una musica soffusa si diffondeva tutt'intorno.
Fendette il muro di persone, sgusciò tra braccia gambe e busti di conversazioni che non le appartenevano, si fece largo tra vite che non conosceva.
Raggiunse il bancone, troppo alto anche per i suoi scomodi tacchi. Una folla le si radunava davanti, compatta le sbarrava la strada.
Solo due birre, pensava, ma pare un'impresa. Il barista lo conosceva, provò a chiamarlo, inghiottita da altre voci. Si sbracciava la ragazza, tentando di destare l'attenzione.
Era bella, e ben vestita, un po' fuori luogo in quella confusione. Il ragazzo al tavolo aspettava, paziente, attendeva con ansia il ritorno di lei. Lei che da così poco aveva conosciuta, lei che così tanto nella vita era entrata, lei che davanti a quel bancone nessuno considerava.
Urtò il braccio dell'uomo che le stava di fronte, e questi si girò. Occhi chiari, capelli scuri e un sorriso bellissimo quando la riconobbe. Trent'anni o giù di lì.
"Quanto tempo, che piacere!" baciandole le gote abbronzate.
Lo incontrava sul tram, qualche anno prima, presero un caffè qualche volta insieme, lui era così dolce, e così bello. Qualche volta la chiamava, mai niente d'importante.
Era qualche mese che non s'incrociavano.
"Lui è il mio fidanzato" le disse appena dopo, e lei una mano strinse, forte e callosa.
Probabilmente non ero il suo tipo, pensava lei, tornando al tavolo.
Alla birra aveva rinunciato.

venerdì 28 dicembre 2012

La fuga


Camminavano sul bagnasciuga senza troppa fretta, confondendosi con i turisti, in quel periodo numerosi.
Lei aveva fretta, voleva accelerare il passo, lui la tratteneva, talvolta la guardava con astio.
Possibile che non capisci, dicevano, quegli occhi. Avevano appena deciso che mischiarsi tra la folla era la cosa più naturale, più sicura.
Non daremo nell'occhio, vedrai, aveva assicurato lui. Lei gli aveva creduto; adesso, però, aveva paura. Si sentiva schiacciare, voleva correre via. Ma diede retta e proseguì il copione.
Parlò del tempo, del verso dei gabbiani, del sole che scotta e della crema che era finita. Risultò più facile del previsto. Sembravano davvero una coppietta felice.
Poi fu la volta di lui. Parlò di un ristorante, dove sarebbero andati, parlò di un collega che si era ammalato, parlò di una gita che voleva fare. Anche lui fu bravissimo.
Lei parlò di un costume che aveva visto in una vetrina, della parrucchiera cui voleva andare, di sua sorella che mandava i saluti. Iniziava a sentirsi rilassata, si dimenticò persino che stavano scappando, si divertiva quasi, con l'acqua del mare che le accarezzava le caviglie.
Una sirena sentirono. In lontananza, ma verso di loro sembrava venire.
Lui la prese per mano e la spinse verso l'acqua. Una voglia improvvisa di fare un tuffo, niente di male, niente di strano.
Con calma lentezza si avviarono a largo, un mare gremito gli faceva compagnia. Saremo al sicuro, disse di nuovo lui, lei oramai si fidava ciecamente. Si allontanarono ancora dalla costa pericolosa, solo allora lei si ricordò. Non sapeva nuotare.

giovedì 20 dicembre 2012

Il guidatore nella notte


"Dove andiamo?"
L'uomo guida e non risponde. Scuote la testa appena, come a voler scacciare un pensiero insolente.
"Dove andiamo?"
Di nuovo la voce, e quella nota di preoccupazione che la contraddistingue.
"Andiamo".
La voce sembra essere soddisfatta.
"Torneremo?"
"Torneremo".
"Prima di sera, intendo".
"È già sera".
Le ombre hanno ormai ricoperto tutto, la voce intuisce l'inutilità delle sue domande. Tace. Per un po'. Poi ritorna.
"È lontano?"
"Non lo so".
Fissi gli occhi sulla strada, le luci delle altre macchine sembrano appartenere ad altri mondi. Il traffico è scorrevole, è un piacere scivolare via.
Poi tutto accadde velocemente, i fari che lo precedevano, inchiodarono, li vide illuminarsi, un grido di allarme che non ha voce.
Inchioda, ma è troppo tardi.
Il suo corpo venne estratto dalle macerie. L'uomo, nell'auto, era solo.

giovedì 13 dicembre 2012

Attesa


L'uomo, quello anziano, si avvicinò al parapetto. Respirava a pieni polmoni, catturando ogni singolo odore.
Inquieto, si guardava intorno.
La distesa di scogli, che solamente lo separava dalla distesa d'acqua, brillava sotto il sole rosato del tramonto.
L'altro uomo non sembrava essersi accorto della sua presenza; fissava un punto lontano e muoveva appena appena la labbra.
È fresco, oggi.
E l'uomo, quello giovane, si girò verso di lui, lo sguardo rimaneva fisso, come se non avesse inteso.
Si è alzato un bel vento frizzante, tentò di nuovo l'uomo, quello più anziano.
L'altro si strinse nelle spalle, non sembrava propenso alla conversazione.
L'uomo anziano pensò che la scena ricordava qualcosa, anche se non riusciva a capire.
Una foglia autunnale si staccò da un albero lì vicino e, con spaventosa lentezza, raggiunse i piedi dei due uomini. Entrambi non distolsero lo sguardo dal mare. Una barca procedeva lentamente verso il porto, un peschereccio, carico di reti, di gabbiani e di mani rovinate dal sale.
L'uomo anziano accese una sigaretta e, nuovamente, tentò di attirare l'attenzione dell'altro.
Ne vuole?
Ottenne, in cambio, uno sguardo stupito, un lungo sguardo che lo scrutò da capo a piedi, intensamente. Ma non rispose.
Poi, dopo un minuto di silenzio.
Mi dice chi è lei?
Fu la volta dell'uomo anziano a tacere. Aveva occhi gialli, da gatto, macchie sul viso e un vecchio cappello calato sulla nuca.
Un uomo, soltanto un uomo.
Viene spesso qua?
E lei?
Poi le parole divennero superflue, si strinsero per ripararsi dal vento che iniziava a farsi più imponente. Giù, nel mare, schizzi salivano nel rinfrangersi delle onde sulla scogliera.
Ricominciarono ad attendere, cosa e chi, non lo sapremo mai.
Andateli a vedere, sono ancora là, attendono, mentre le loro vite scorrono via, trascinate dal vento.

martedì 11 dicembre 2012

La lettera..accadde che...


Il treno si fermò con una brusca frenata e stridio di rotaie. Io e il mio compagno di viaggio alzammo gli occhi contemporaneamente, e questi s'incrociarono.
"Fumi una sigaretta insieme a me."
E prese dalla tasca della sacca da viaggio un pacchetto logoro. Lo seguii sulla banchina.
"Ho smesso anni fa" parlando guardava lontano, oltre la stazione "ma quando sono in viaggio, fumo di nuovo. È un momento a sé, capisce?"
Annuii, ancora ma non parlavo. Non volevo ammetterlo apertamente, ma anche a me quel giovane uomo metteva in soggezione, proprio come faceva Jack.
La banchina era quasi deserta, il treno, giunto in anticipo, non sarebbe partito prima di venti minuti.
"Forse faremo bene a prendere un caffè."
Probabilmente lo disse solamente per rompere il silenzio. Ci avviammo nel piccolo bar della stazione di quell'anonimo e sonnolento paese di provincia. Intorno un'aria di risveglio, sembrava strano a noi, che eravamo in viaggio già da qualche ora.
Un barista dall'aria distratta ci servì due caffè bollenti.
"Va lontano?"
Gli dissi il nome della cittadina, che, non me ne stupii, non conosceva.
"È in Germania, l'ultima fermata del nostro treno."
"È lontano; deve essere un viaggio stancante."
"Ogni viaggio è stancante; più che altro a livello morale e simbolico."
Mi uscì detto. L'altro non diede a vedere di essersi stupito delle mie parole.
"Io mi fermerò molto prima, ma tra poco dovrò cambiare."
Ogni sua parola era cadenzata di una strana serietà.
"Senta, scusi se sembro sfacciato...posso farle leggere una lettera"
Mentre ci avvicinavamo al treno mi spiegò. Se fosse stato un fumatore abitudinario ne avrebbe accesa un'altra, dopo il caffè.
"Circa un mese fa dovetti fare una trasferta di lavoro, un paio di giorni, niente di particolare, ogni tanto mi capita. Durante il viaggio di ritorno ebbi la sfortuna di imbattermi in uno sciopero dei trasporti, rimasi fermo in una piccola stazione, come questa, molte ore."
Non capivo, sinceramente, cosa lo induceva a raccontarmi tutto ciò, ma sono curioso, e il mio mestiere è riferire storie, non dimenticatelo, ogni spunto è gradito, infine, e sopratutto, la sua voce lasciava una scia da inseguire.
"Entrai in un bar e vi rimasi tutto il tempo, cercando di isolarmi dal mondo che mi circondava, avevo documenti di lavoro con me e la giornata scorreva veloce. Poco dopo il mio arrivo, a un tavolo vicino, sedette una donna, dagli occhi scuri, penetranti. Li sentivo nella schiena, puntura di una lama affilata; aveva un libro tra le mani, udivo il frusciare della carta quando girava pagina, e di nuovo, quando interrompeva la lettura la sensazione di essere osservato da quegli occhi belli quanto inquietanti, neri, brillavano, per quel poco che avevo potuto vedere, di viola. Chiamarono il mio treno, mi ero leggermente assopito, di corsa raggiunsi il binario, che la voce metallica pronunciava con insistenza."
Quasi potevo vedere la scena, il giovane aveva un vivo modo di narrare, molto coinvolgente.
"Avevo lasciato nel bar una piccola valigetta, me ne accorsi solo giunto a casa, conteneva solo vecchi appunti di cui potevo fare a meno, non avevo perso niente di importante e non me ne crucciai."
Si dipinse ai miei occhi una ventiquattr'ore in ecopelle marrone, con una semplice chiusura a scatto, qualche graffio di antica data ma nel complesso ben tenuta. Giaceva appoggiata su di un tavolino rotondo, tra macchie di caffè e briciole di brioches.
"Non pensai più alla valigetta, ma quegli occhi tornarono a tormentarmi spesso. Volevo dare un nome a quello sguardo che mi toglieva il sonno, ponendo interrogativi che non udivo."
Potevo benissimo immedesimarmi.
"Sulla valigetta avevo messo una banale targa con nome e indirizzo; adesso sto andando a prenderla, l'ha presa la donna con gli occhi viola."
L'uomo rimase a guardare a terra per qualche tempo.
"Forse sto solo andando a rincorrere quello sguardo. Non so."
Udimmo il fischio della partenza e, salendo sul treno, mi porse un foglio spiegazzato.
"La legga, ma la prego, non dica anche lei che sono matto."

lunedì 12 novembre 2012

In Spiaggia


Non dimentico, non posso dimenticare.
Anche al mio amico la vita stava cambiando molto, in quegli stessi anni aveva appena iniziato a cambiare veramente, si era svegliato dal suo torpore. Finalmente.
Arrivai in Sicilia poco dopo Ferragosto, lo trovai come sempre, sulla spiaggia che vigilava. Di fianco, un testo di medicina. Ancora non riuscivo a capire quella dedizione per degli studi che non lo interessavano minimamente.
Ho lasciato l'università, le sue parole di saluto.
E quel libro? Indicai al suo fianco.
Abitudine. Poi rimase in silenzio.
Tuo padre, come l'ha presa? Conoscevo abbastanza bene il vecchio Giuseppe.
Non lo sa ancora. Ho deciso di prendere il posto di Gaspare, fare il guardino della spiaggia. È quanto meglio possa desiderare dalla vita.
Quando farete il passaggio di consegne in municipio? Guardiano della spiaggia era un titolo comunale.
Ancora non gli ho detto che voglio prendere il suo posto.
Hai già dato la disdetta ufficiale in facoltà? Fissavo i suoi occhi grigi.
A settembre quando riaprirà la segreteria; adesso sarebbe inutile. Si strinse nelle spalle, un gesto che solevo fare spesso io.
Ma scusa hai detto che hai lasciato, ma sembra che non hai lasciato proprio un bel niente. Avrai pensato di lasciare, magari. Mi sono finalmente seduto al fianco di lui.
Quello che conta è la risoluzione, sai? I suoi occhi mandavano lapilli, un gatto al buio.
Mi raccontò una storia strana, una specie di visione che aveva avuto, una mattina, in cui in realtà non aveva visto proprio niente, ma aveva capito che non poteva continuare a quel modo. Doveva seguire il suo essere.
L'episodio mi convinse poco, ma quello che conta è la risoluzione, come aveva appena detto lui.
Ero felice, il mio amico si era reso conto di star vivendo la vita del padre e ne voleva porre rimedio, doveva cercare la sua.
Lo convinsi a render noto il fatto prima della mia partenza; parlò con il padre e con Gaspare quella sera stessa.
Le reazioni furono molto differenti.