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giovedì 10 ottobre 2013

Sotto la pioggia


Sono uscito senza ombrello sotto la pioggia fitta, camminando senza ombrello sono arrivato da lei. La luce era accesa ma non mi apriva la porta.
Sentivo la sua voce, al di là dei muri, cantare a voce alta per non udirmi.
Di nuovo l'ho chiamata, implorata, scongiurata. Niente da fare. Rimanevo là sotto a impregnarmi di pioggia, avevo smesso anche di urlare. All'improvviso si è affacciata, bella come sempre, si è sporta dalla finestra rimanendo senza parole.
Per lungo, lungo, tempo.
Spero che non sapesse cosa dire, spero che stessa valutando la possibilità di farmi entrare. Poi il volto si è trasformato, odio e furore, e mi ha detto di non farmi più vivo, di sparire dalla sua vita.
La sua voce non era più la sua. Nel mio cuore, fino all'ultimo secondo lei ha valutato altre parole da dire. Purtroppo sono solo io a pensarlo, non ho niente per affermarlo con certezza.
È tornata dentro e io sono riamasto là.
L'ho sentita piangere da dietro le mura, e a questo suono sono andato via.
Solo, senza un ombrello, sotto la pioggia.

mercoledì 24 luglio 2013

Attesa


Il caldo era atroce. Il sole batteva a picco e le due ragazze erano accalcate in mezzo a tante altre come loro. Finalmente le fecero entrare, ma furono costrette tutte entro lunghi corridoi bui, la situazione non era affatto migliorata.
"Io te lo avevo detto che era così!"
Sara si rivolse all'amica che aveva perso la spavalderia della mattina.
"Aspetteremo, non è un problema."
Rosa voleva apparire fiduciosa, in realtà un grande sconforto bussava alla sua porta.
"Devi venire prestissimo, aspetti delle ore e poi quanto? Due tre minuti al massimo, e non ti richiamano mai."
Rosa le credeva, Sara non era nuova a quel tipo di audizioni, ma voleva comunque la sua possibilità. Per lei era molto importante, Sara non lo ignorava, era andata là solo per accompagnarla. Rosa sapeva benissimo di non essere brava tecnicamente come lei e quella era la sua prima audizione, mentre l'amica aveva iniziato a fare i primi provini quando era piccolissima. E non era mai stata presa. Però Rosa aveva qualcosa in più, aveva la forza della determinazione, Rosa aveva davvero bisogno di essere accettata. Rosa doveva ottenere il suo riscatto, Sara non ne aveva bisogno.

Le due ragazze si erano conosciute anni addietro, quando Rosa era stata iscritta per la prima volta a un corso di ballo. Indossava scarpette strette e un tutù color confetto, e saltellava di gioia nella grande sala con gli specchi alle pareti. Era la più grande delle allieve del suo corso, quell'anno aveva vinto la sua prima grande battaglia contro i genitori, smetterla con la piscina e iscriversi a danza classica, come avrebbe sempre voluto. Non era colpa sua se Viola, maggiore di lei di molti anni, era una nuotatrice provetta. Lei odiava l'acqua e non invidiava minimamente le tante medaglie della sorella. Rosa voleva ballare.
Ben presto fu chiaro che era dotata di un talento innato, faceva progressi sorprendenti e venne promossa a un corso avanzato. Con il passare degli anni iniziò a frequentare anche altri corsi e conobbe la figlia del titolare della scuola, Sara appunto. Crebbero insieme e divennero molto amiche, ma Rosa non smise mai di provare una segreta invidia.
Sara non aveva mai dovuto lottare per poter ballare, da quando compì sedici anni iniziò a insegnare nei corsi per principianti, e una volta adulta avrebbe preso la gestione dell'intera scuola. La danza era la sua vita, lo era sempre stata e lo sarebbe stata per sempre, se avesse voluto. Per Rosa non era così semplice; Rosa era la sorella minore di Viola, quella buona, quella bella, quella intelligente, quella capace, quella che non si perdeva in stupide frivolezze come la danza.
La passione di Rosa per ballare, per il teatro, per la recitazione e quant'altro non era mai andata a genio ai suoi genitori, che l'avrebbero voluta seria e diligente come la sorella. In quei giorni Viola era appena partita, dopo una brillante laurea in economia, aveva trovato un ottimo impiego a Stoccolma. I genitori erano orgogliosissimi di lei, quanto delusi dalla figlia minore. Dopo aver finito la scuola, Rosa si era subito cercato un impiego ma, qualsiasi cosa trovasse, non riusciva a tenersi il posto per più di qualche mese.

È svogliata, distratta, maldestra, incapace e per di più continua a perdere tempo dietro a frivolezze.
Rosa sapeva benissimo che non era così, aveva avuto solo tanta sfortuna, la rabbia di non riuscire a dimostrarlo bolliva in lei e la portava a combinare solo altri disastri; la settimana prima, che esempio lampante, aveva perso la sua ultima occupazione e ancora non aveva avuto il coraggio di dirlo ai genitori. Lavorava part time in un salone di parrucchieri ed era arrivata in ritardo a causa dell'ennesima lite con la madre, sulla danza precisamente. La donna voleva che la figlia la smettesse di insegnare nella scuola dell'amica, anche lei come Sara aveva iniziato a fare da maestra alle allieve più piccole, giusto un paio di ore la settimana, per cercarsi un'occupazione seria dato che anche il salone di bellezza non le piaceva molto. Tra il ritardo e un increscioso errore sulla tintura di un'anziana signora, Rosa proprio non riusciva a concentrarsi, pensava e ripensava con rabbia alle parole della madre, che sembrava disprezzare il suo mondo, e cercava la maniera per riscattarsi, fu mandata via senza tanti complimenti. Proprio la sera stessa che trovò l'annuncio dell'audizione sul giornale e, fattolo vedere all'amica, la convinse a partecipare.

lunedì 22 luglio 2013

Lavoro a maglia


È intenta nel suo lavoro a maglia, l'anziana signora, ogni tanto alza lo sguardo e lo fissa sulla vecchia pendola, ormai ferma. È solo un ricordo.
Un auto in lontananza, nella testa, voci dal passato la rincuorano nella lunga sera.
Con fatica si alza, movimenti lenti di chi ha già vissuto, in cucina versa un bicchiere di acqua fresca e, con gusto, la beve. Tenta nuovamente la telefonata, non ha fortuna, squilli a vuoto, una voce registrata dopo l'attesa. Torna al suo maglione, tenterà più tardi, senza illudersi di ottenere risposta.
Riuscire a parlare con suo figlio è difficile, vederlo ancora di più.
Quel ragazzo era un genio, lei lo aveva sempre saputo, anche quando era molto piccolo lo sospettava, adesso poteva ben vedere di aver ragione. Il suo grande successo lo dimostrava. Un talento innato, suo figlio. Il carattere di fuoco, la freddezza e la mancanza di scrupoli non apparivano tali ai suoi occhi stanchi.
Continuava a sferruzzare, in attesa di poter parlarci, di poter parlare con Giacomo.

lunedì 15 luglio 2013

Ilary


La grande casa è silenziosa, una quiete irreale regna tutt'intorno. Il prato al'inglese perfettamente curato, la magnolia mostra al mondo le prime gemme della stagione; nel luminoso salotto una giovane, cingendosi le gambe al petto, sul morbido divano bianco, legge un voluminoso libro.
È sola.
I rumori più insignificanti prendono forma per sottolineare la sua solitudine, ogni suo gesto è lento, fluttuante. Quella villetta è bella, certo, ma a lei non piace; quell'esistenza lussuosa è allettante, sì, ma lei preferirebbe la sua vita di prima.
Aspetta con ansia il suono del citofono, un'anziana signora rotondetta e gioviale, maestra elementare in pensione, nonché sua vicina, verrà a farle visita per il tè. Insieme mangeranno la crostata di more, infornata nella mattinata, e la giovane penderà da quelle rugose labbra, prosaiche confidenze di inestimabile valore.
Anni prima lei era una pasticcera, giovanissima, bellissima, sempre stanca, una pasticcera che lavorava nel cuore di New York. È ancora giovane ma guarda la sua vita scorrere inerte, è ancora bella ma spenta, non è stanca ma non c'è più niente da fare in questa terra straniera. Ha seguito un uomo e continua ad aspettarlo, ogni giorno, ogni sera, lui torearà per chiudersi nella piccola palestra in taverna o in uno dei tre studi al piano superiore.
Ilary ha sposato un uomo di successo. Ilary è la moglie di Giacomo.

venerdì 12 luglio 2013

Rosa


Ancora la luce pomeridiana invadeva la casa, si sedette Rosa, crollando il corpo inerte, nella poltrona sotto la finestra. Lentamente prima, sempre con più foga poi, disperatamente infine, proruppe in un pianto che non aveva eguali. E continuò sotto il cielo arrossato del tramonto, e continuò quando tutta la stanza fu invasa da una tiepida oscurità. Nonostante qual pianto la margherita tra i suoi capelli resisteva.
Quando le lacrime si furono asciugate rimase solo un gran freddo un gran vuoto che faceva paura e troppe domande che non davano tregua.
Andò in cucina e si preparò un caffè; ascoltava l'acqua bollire e ancora due lacrime scesero sulle sue guance. Tutto il dolore che aveva covato negli ultimi mesi oggi esplodeva, solo oggi si rendeva conto di quanto grande fosse la sua angoscia, oggi aveva aggiunto l'ultimo tassello e non aveva più il coraggio di guardare quell'immagine.
Versò nella sua tazza preferita una generosa dose della bevanda nervina, aspettando di calmarsi. Sobbalzò invece, come morsa da serpente, quando il suo cellulare notificò l'arrivo di un messaggio. Tramando lo lesse, sperando e non sperando insieme, Guido, il marito, avrebbe tardato in ufficio, aveva più tempo per pensare a cosa fare.
Dopo quel pomeriggio doveva accantonare l'idea di far finta di niente, ci aveva provato, aveva tentato per mesi, ma adesso tutto era peggiorato. Non si poteva più. Per un attimo, ma fu un attimo solo, balenò a lei l'idea che era una scelta già fatta, e già sbagliata. Poi la soppresse.
Nuovamente, e con insistenza, il pensiero di raggiungere la sorella a Stoccolma, Viola la maggiore, era difficile impedirselo, Viola quella perfetta, non voleva fuggire così, Viola che avrebbe saputo come comportarsi.
Forse l'unica azione possibile era parlare con lei. Già, ma cosa dire? E perché poi? Cosa avrebbe voluto ottenere?
Rosa guardava il vuoto cercando suggerimenti forse dalle mute lampade, e ancora quel senso di irrealtà invase ogni sua cellula, come sangue scorrendole nelle vene. Possibile che fosse la stessa persona? Meno di un anno fa quella foto sulla libreria. A metà tra Joyce e Stendhal. Il leggero vestito azzurro sulla pelle abbronzata, quel corpo da quarantenne che quarant'anni non li sentiva, quel sorriso puro e genuino come il sole pronto a sbocciare in ogni dove. Al braccio del marito nella sera di tarda estate, passeggiando tra le vie della città deserta.
Dopo quindici anni di matrimonio erano felici e spensierati, ciò a loro ovvio pareva. Lui noto avvocato, lei insegnante di ballo in una scuola in centro. Abitavano una villa vicino ai Parioli, e nulla più avrebbe chiesto dalla vita. L'amarezza di quando aveva scoperto di non poter aver figli era svanita, rimanevano solo un marito che amava e un lavoro meraviglioso. Anche il contrario. Le bambine, con le loro scarpette e i loro tulle le regalavano un briciolo di quell'amore materno che lei mai avrebbe provato; inventare le coreografie nei corsi serali la illudeva di poter volltegiare ancora, come se la sua gamba stesse bene. E poi le serate cui il marito la conduceva, cene di gala con illustri signori, per in tarda serata finire, loro due soli, in squallidi bar di periferia, a bere e parlare. Come due adolescenti innamorati, l'alba seduti su di un prato.
Niente più di tutto ciò.
Avrebbe voluto cancellare i suoi ultimi vent'anni di vita o poco più.
Tutto ma non lui.
Cominciò tutto che era una ragazzina.

lunedì 8 luglio 2013

Le due ragazze


Le ragazze continuavano ad aspettare, sempre più strette le une alle altre; intorno la stessa impazienza e lo stesso fremito che dominava nei loro corpi. Alcune se ne andarono, stremate, altre scaldavano i loro muscoli, altre ancora, infine, riconosciutesi da lontano, correvano a salutarsi con un misto di cordialità e inimicizia. Molte di esse erano pesantemente truccate, e Rosa, acqua e sapone, si sentiva molto a disagio.
"Questa è un'audizione per professioniste, non ci assumeranno mai."
Osservò Sara e subito si pentì delle sue parole, vedendo la speranza farsi ancora più fievole sul volto dell'amica. Aveva ragione, ma Rosa non intendeva disperare; sentiva le gambe dolere per le lunghe ore ferma in piedi e temeva che l'avrebbero tradita. Si fece nuovamente forza limitandosi a bisbigliare sottovoce
"Ce le faremo!"
Una voce si levò alle loro spalle, forte ed acida.
"Nemmeno quando entrai a far parte del corpo di ballo di Cats ho atteso così a lungo. Me ne vado."
Un mugolio d'assenso segui le parole della sconosciuta ragazza. Con una gomitata, Sara attirò l'attenzione della compagna.
"Che ti dicevo? Sono professioniste."
"Tra poco ci siamo."
Fu l'unica risposta che ottenne in cambio.
Lentamente avanzavano lungo il corridoio e la determinazione di Rosa, che prima si era fatta sconforto, iniziava ad assumere i tratti dell'emozione.
Non ti bloccare, non ti bloccare, non ti bloccare. 
Una voce dentro sé continuava ripetendo la litania, mentre Rosa grandi respiri inalava per mantenere la calma.
Quella mattina aveva ricevuto una lettera dalla sorella. Viola le raccontava di come era andato il viaggio, del suo nuovo lavoro così entusiasmante, della casa aziendale dove era andata a vivere, piccola ma decisamente carina, di quanto sono gentili ed educati gli scandinavi. Ripensando a quelle parole, Rosa cercava di assorbirne tutto l'entusiasmo e far suo l'ottimismo della sorella, sapendo che le sarebbero serviti.
Ancora qualche passo avanti.
Percepiva il suo corpo sudare e un lieve imbarazzo per l'odore non buono che probabilmente emanava.
"Non ti preoccupare" Sara con un sorriso stentato "siamo tutte nelle tue condizioni."
Ma anche nelle sue parole Rosa vedeva salire la tensione. Furono fatte entrare in uno spogliatoio, erano in dieci. Così potevano prepararsi. Rosa indossò il suo body e le scarpette imitando la sicurezza dei gesti dell'amica. Consegnarono loro un questionario da riempire con i propri dati, le esperienza passate e le motivazioni che l'avevano spinte là.
La condussero infine sul palco. Le luci erano accese, si soffocava. Una manciata di uomini, e donne, sedevano davanti con delle schede in mano.
Forse le loro.

venerdì 5 luglio 2013

Attesa


La sto aspettando, spero solo che non faccia tardi. Un tempo era puntuale. La pioggia gelida mi colpisce il volto e le spalle, e il busto e le gambe senza dar tregua neppure un minuto. Ho sempre più freddo e l'oscurità sempre più fitta.
Non so perché son venuto, perché ho ceduto alle insistenze, perché sono qui che aspetto e soffro per il freddo.
Devo parlarti.
Di cosa.
Devo farlo di persona.
Questo fare duro, scontroso e secco le è proprio, non mi ha né stupito, né offeso.
Potevo dire no, potevo rifiutarmi, sono ancora in tempo ad andarmene. E poi quella voce, quella che, talvolta dal cuore, talvolta dal cervello, talvolta dallo stomaco, continua a parlare. Per sempre chiederà cosa era, e perché non son rimasto.
Magari è importante, magari no, ma non ho voglia più di pentirmi per non aver fatto qualcosa.

mercoledì 3 luglio 2013

Il direttore


Il direttore della rivista sfoglia svogliatamente l'ultimo numero, posato sulla sua scrivania. Nel suo ufficio, a sera tarda, la redazione è quasi deserta. Inavvertitamente urta il bicchiere del caffè, ormai freddo, che si rovescia sulla moquette bodeaux. All'ingresso della stanza un divanetto con un tavolino basso, i resti di un bicchiere di burbon. Sulla parete destra una grande libreria è colma di riviste. Davanti a sé, oltre l'ampia scrivania, due poltroncine di pelle nera, non più nuove.
L'uomo trascorre in quella stanza gran parte del proprio tempo, è bravo e diligente nel suo lavoro, non è un caso che la rivista goda di un ottimo successo.
Ha già congedato la sua segretaria, scrive gli ultimi appunti, poi andrà a casa. Dalla strada giunge attutita una melodia rock.
Chiusa la rivista, la guarda con un sospiro sordo. La foto di copertina ha dell'incredibile, scattata con una maestria assoluta. Il suo fotografo più bravo, entrato nel team solo da pochi mesi, dopo un lungo corteggiamento. È un maestro, il direttore deve dargliene atto, in fondo è stato lui che lo ha voluto, a ogni costo. Adesso, però, deve fare i conti con l'uomo, con il presuntuoso, con l'irrascibile, con l'altezzoso. Si chiede, per l'ennesima volta, se il suo non sia stato un errore.
Il direttore è il principale di Giacomo.

lunedì 1 luglio 2013

Il verdetto


La mattina seguente si presentò di nuovo davanti al teatro, Sara con lei, e, con suo grande disappunto, nuovamente fu accalcata insieme a tante altre ragazze, molte delle quali le aveva già intraviste. Non dovettero attendere a lungo, ben presto le fecero accomodare nella platea deserta. Sul palco le stesse persone che il giorno precedente sedevano loro di fronte. Rosa guardò l'amica e le strinse la mano, nell'occhiata che ricevette in cambio sembrò leggere, rilassati, abbiamo fatto tutto il possibile, adesso dobbiamo solo aspettare.
Per l'ennesima volta prese la parola la governante inglese. Parlò a lungo della produzione e della tourneè imminente, enfatizzandone l'importanza. Passò poi a spiegare i dettagli più tecnici. Il corpo di ballo sarebbe stato composto da quindici elementi, cinque ballerini, già selezionati, e cinque ballerine.
Molte ragazze si guardarono intorno, erano circa un centinaio.
Tornato il silenzio la governante proseguì. Disse che in tournèè sarebbero partite quindici di loro, dieci titolari e cinque sostitute, e queste ultime non avrebbero avuto la garanzia di esibirsi.
Sembrava parlasse volutamente con estrema lentezza per perdere tempo e aumentare la tensione. Rosa la odiava, iniziava a sudare freddo.
Arrivò finalmente il momento di leggere i nomi delle prescelte.
"Le altre possono andare a casa."
Precisò la governante.
Non sarebbe accaduto neppure nei sogni, sia Rosa sia Sara si trovavano sul palco, ma qualcosa non quadrava.
Le ragazza erano ben più di quindici.
Alcuni bisbigli si levarono dal gruppo compatto, la relatrice li zittì nuovamente e continuò il suo discorso. Le ragazze prescelte, dal lunedì seguente avrebbero seguito, sei giorni la settimana, un corso di preparazione per imparare le coreografie, al termine del quale, lei, la responsabile del corpo di ballo, nonché loro prossima insegnante, avrebbe scelto le titolari e le riserve. Le ballerine avrebbero dovuto allenarsi sei ore al giorno e quei due mesi non sarebbero stati in alcun modo retribuiti. Nuovamente chiese a chi non se la sentiva di andarsene e questa volta tre ragazze si allontanarono dal gruppo. Tra queste c'era Serena.
Sara e Rosa rimasero.

venerdì 28 giugno 2013

Ingannarsi


L'acqua calda sulle candide mani scivola via veloce, impiega molto tempo per sciacquare le poche stoviglie della sera, prima di riporle nella lavapiatti.
Lui è già al piano superiore; Ilary indugia in cucina.
Questa sera sembrava affettuoso, una strana luce, un idea che gli rimbalzava nel cervello. Non si è fermato nella palestra, non è andato dritto nello studio.
Stiamo troppo poco tempo insieme, le parole, tono studiato, mentre lei preparava un Martini per entrambi, come soleva fare nei primi mesi del loro matrimonio, prima di divenire trasparente.
Penso di lasciare il giornale.
Lei sapeva che il motivo era l'insoddisfazione di lui in redazione. Si era seduto, spostando malamente il romanzo della moglie.
Sarebbe tornato a essere free lance? Ilary non dubitava che in quel caso tra loro sarebbe stato anche peggio. Viaggi interminabili, impegni mondani, notti trascorse lavorando su un singolo scatto.
Ho avuto un'idea che risolverà tutti i problemi tra noi; lei aveva annuito portandosi alle labbra il proprio bicchiere. Docile, come sempre; docile, come era stata dall'inizio.
Si erano conosciuti anni prima, lui a New York per uno dei suoi tanti viaggi di lavoro, le missioni come li chiamava. Lei lavorava ancora nella piccola pasticceria di famiglia, era stata una sciocca, aveva creduto a tutto ciò che l'uomo le aveva detto. Ammaliata dal fascino italiano, si era fidata, lo aveva seguito. Poi aveva visto dissolversi quelle promesse, nebbia dietro a un obbiettivo. Ancora si chiedeva perché, perché era finita là, chilometri e chilometri dalla sua casa, dal suo paese, perché non se ne andava. Non lo sapeva, accettava con amarezza quella vita da bambola, sperando, un giorno, di avere la forza per preparare le valige. E questa volta per sempre.

Adesso questa nuova notizia.
Un'ennesima partenza, lui solo ovviamente. Sarebbe giunto in Senegal, non sapeva quanto si sarebbe trattenuto, poi tutto sarebbe cambiato.
Non le aveva spiegato il motivo.
Sconforto lontano, ammantava la serata.
Nel momento in cui Giacomo aveva lasciato il lavoro da free lance per farsi assumere nella rivista, le stesse parole o quasi. Lei ci era caduta. Non starò mai più sola, non sarà più preso così dal lavoro, saremo felici insieme.
Questa sera no, nel cuore della giovane non c'è più la forza di ingannarsi.

lunedì 24 giugno 2013

Un uomo cammina agile


Nell'affollata strada serale un uomo si confonde tra gli altri; cammina agile, passo dinoccolato, lo sguardo fisso al suo obbiettivo. La mascella serrata contorce in una smorfia, quel viso assai bello. Bello sì, ma un bello antipatico, snervante, una bellezza presuntuosa che di armonico non ha nulla.
Attraversa la strada senza guardare, urta i passanti e non si volta, è inghiottito dai rumori ma non vi presta caso. Sembra assorto nei suoi pensieri ma non è così, rimugina i suoi pensieri, il che è diverso.
Molto diverso. È cattivo.

Lui è Giacomo, un uomo triste, un uomo che, nonostante il suo grande successo, è insoddisfatto. Dopo quel primo grande boom, e a quei tempi era solo un ragazzo di talento, l'escalation alla fama non si era fermata, una belva che ha sentito l'odore del sangue; quanti viaggi, quanti scatti, quante soddisfazioni, lui non era mai pago.
Ricordava tutti i sorrisi alle premiazioni, quei gesti così meccanici per mascherare il suo disprezzo verso gli altri fotografi. Ogni premio, ogni applauso, ogni sorriso era un gradino in più. Lui doveva diventare il migliore. La gloria avrebbe cancellato quel senso di vuoto che sentiva da sempre, avrebbe sopperito alla sua solitudine. Avrebbe preso una rivincita verso coloro che non lo avevano mai amato, verso coloro cui non era mai riuscito a farsi amare. Avrebbe dimostrato di essere il più grande.
Solo quello voleva.
E ci stava riuscendo? Ovvio, che ci stava riuscendo; anzi, durante il suo ultimo viaggio negli States, aveva conosciuto la più dolce e sexy ragazza americana e l'aveva sposata.
Lui non era solo bravo, era bello, e fortunato. E nuovamente si rodeva per riuscire a fare invidia agli altri fotografi. I neri capelli si erano ingrigiti per lo stress, ma si consolava bene; la sua bellezza non veniva sminuita, brizzolato ed occhi azzurri, evocava un certo fascino.
Neppure trent'anni, una villa da sogno, un matrimonio da film, e continuare a girare il mondo per aumentare fama e soldi. Non bastava mai.
Già a quei tempi non era felice, doveva ammetterlo, sarebbe stato questione di mesi, forse anni, prima o poi avrebbe raggiunto il massimo successo, quello che desiderava. Continuava a porsi obbietivi, raggiungerli, ed ecco che altri apparivano davanti, una corsa folle senza fine.
Poi... quel grande errore!
Ilary, la mogliettina a stelle e strisce, sembrava così triste per tutte quelle assenze, per dover rimanere sempre al secondo posto, per quell'insensata e continua fame di gloria che lo accecava in tutto il resto. Decise di lasciare la vita da free lance e farsi assumere nella redazione del miglior mensile della città. Le riviste se lo contendevano, quasi un piacere sessuale.
Si era convinto di ambientarsi bene.
L'ultimo arrivato e già tra i primi per importanza, gli altri fotografi che non valevano nemmeno il suo alluce sinistro, giornalisti che lo avrebbero pregato di curare i loro pezzi... Illuso; quella bramosia, che neppure prima si spegneva, adesso bruciava di fiamme infernali.
In più Ilary non sembrava troppo felice per il cambiamento.
Tornava a casa e si chiudeva nella sua piccola palestra domestica, o in uno dei suoi studi, cercando di placare quel fuoco e di capire perché quella stupidella della moglie era triste. Lei, intanto, lo sentiva rincasare, ma non poteva godere della sua compagnia, e ancora più triste l'espressione si disegnava nel suo volto.
Infine, la redazione; Giacomo non la sopportava più.
Si ostinava a lavorare da solo, teneva lontani tutti, non si piegava alle richieste dei superiori, litigava con il direttore, considerava i colleghi poveri idioti, preoccupati solo dalle loro piccole banalità; la cena di redazione, i regali di Natale, la partita di calcetto, senza pensare a quello che è davvero importante, la fama e il successo.
Pochi mesi, lui è già allo stremo.
Quasi giunto a casa, un isolato o poco più, un sorriso si apre sul quel volto sempre teso, accelera l'andatura, si concede il lusso di fischiettare; un idea ha appena preso forma nella sua mente.

venerdì 21 giugno 2013

La prova


Si alzò in piedi una donna e aspettò che fosse fatto perfetto silenzio prima di iniziare a parlare. Durò un minuto, o poco più, ma sembrò interminabile. Era anziana, molto alta e magra, con un'espressione severa sui lineamenti tirati. I grigi capelli raccolti in una crocchia sulla nuca sembravano farla uscire da un romanzo inglese per bambini, nella veste della governante arcigna.
Rosa non aveva molta voglia di ridere sull'immagine che le veniva in mente.
La governante disse che per entrare a far parte del corpo di ballo di Romeo e Giulietta erano necessari molto talento e passione, nonché un costante impegno durante la tourneè. Quindi chi non se la sentiva poteva andarsene direttamente a casa.
Nessuna delle ragazze si mosse.

Chiese loro di fare un passo in avanti, una alla volta, dire il proprio nome e interpretare a proprio piacimento le musiche che venivano proposte. Ogni ragazza aveva a disposizione un minuto e mezzo, con trenta secondi di ogni base. Una volta terminata l'esibizione dovevano allinearsi nuovamente dall'altro lato del palco.
La donna si sedette e la prima ragazza avanzò di un lungo passo; Rosa era terza nell'ordine cui si erano disposte. La ragazza si chiamava Serena e aveva lunghi boccoli biondi, iniziò a ballare un pezzo classico con una maestria assoluta. Sembrava che ogni parte del suo essere partecipasse in quei passi, quando la musicò cambio, sostituendosi in un pezzo country, la ragazza non ebbe un attimo di esitazione, e con analoga maestria iniziò a interpretarla.
Rosa smise di guardare nella sua direzione, quella bravura ostentata con tanta naturalezza la infastidiva e si emozionava ancora di più. Lei non era assolutamente alla medesima altezza.
Poi fu la volta di Clara, una piccolina bruna, e Rosa neppure si girò a sbirciare la performance. Continuava a guardare un punto davanti a sé pensando che avrebbe dovuto ballare. 
Ballare, nient'altro.

Venne il suo turno, con voce insicura disse il suo nome, Rosalina, e aspettò la musica. Il pezzo classico non le piacque e avanzò sgraziata i primi passi, per acquisire sempre più fiducia e iniziare a farsi davvero trasportare dalla musica. Quando il tempo a sua disposizione finì le sembrò troppo poco, era tuttavia abbastanza soddisfatta. Come prima volta non era andata malissimo, aveva temuto di non riuscire di avanzare un passo. Raggiunse Serena e Clara e attese le compagne in uno strano stato di trance, senza guardare nemmeno l'esibizione di Sara.
Quando furono di nuovo tutte allineate la governante inglese prese nuovamente la palla. Le ringraziò a tutte per la disponibilità e chiese a Serena, Rosa e Sara di ripresentarsi anche l'indomani perché erano tra coloro che sarebbero state prescelte.

Sara dovette sorreggere l'amica fino all'aria aperta

mercoledì 19 giugno 2013

La lettera


Ho sbagliato, l'ho capito. Ogni gesto di quei mesi è stato solo un errore. Quello che volevo eri tu, sei tu, ma ogni cosa, ogni singola azione, non ha fatto altro che allontanarci. Anche se le compievo col cuore, anche se erano le strade che credevo mi avrebbero portato da te.
Lo so, non ci credi. Potevi pensarci prima, dicesti, hai sbagliato ogni cosa, mi hai accusato, mi hai perso per sempre, quante volte mi hai minacciato.
Poi un'altra possibilità, un altro mio errore, ogni volta temevo che fosse l'ultimo che mi concedevi. Poi quello fatale che ti ha fatto scappare, che ti ha fatto voltare le spalle, questa volta per davvero. Ed io a piangere e ad aspettare un tuo ritorno che mai c'è stato e mai ci sarà. Lo volevo più di quanto si può volere, ma ma il coraggio di chiedertelo ho avuto.
Ce l'ho anche ora, anche se temo che sia troppo tardi...

e in quel punto, praticamente alla fine, la penna smise di scrivere, finì l'inchiostro e morì.
Quel briciolo di barlume, simulacro di coraggio, le fuggì di mano, come la penna inerte tra le dita. Cambiò idea e non terminò la lettera.
Ancora se ne pente, ma ora è tardi. Allora non lo era.
Accadde così.

venerdì 14 giugno 2013

La valigetta


A pensarci ora sembra quasi ridicolo, ma quella mattina ebbi davvero paura.
Ero partito per un viaggio di affari. Solo, sebbene fosse molto, molto lontano, sebbene fossi assai giovane e il mio viso pulito sembrava quello di un ragazzino. Sebbene le tensioni internazionali fossero forti.
Dovevo fare scalo in una città dimenticata, sconosciuta ai più e a me, fece ritardo l'aereo e io mi ritrovai là, ci fu un disguido e io mi trovai a passare la notte in quel luogo deserto.
Mi armai di un libro e di molti caffè, le ore trascorrevano lente e la mia stanchezza mi confondeva le idee.
Albeggiò e pian piano la sala d'attesa ricominciò a popolarsi. A me si avvicinò un giovanotto, la faccia scura e una 24h nella mano destra.
Me la tieni? Vado in bagno.
Pronunciò le parole in un goffo inglese.
Annuii tranquillamente, sbadatamente direi.
Attesi a lungo e quello non tornava. Non so se fu il sonno che mancava, o sarebbe successo ugualmente, un sudar freddo mi invase la schiena, e un panico assoluto mi catturò.
Iniziai ad essere convinto che fosse una bomba, non avevo effettivamente controllato che fosse entrato nella toilette. Nessuno oltre a me era testimone.
Potevo dare l'allarme.
E se non lo era? Tralasciamo la figura che avrei fatto, in quel paese dove non conoscevo la lingua. A che pro scatenare tale allarmismo? Gli animi era abbastanza tesi, in quelle settimane, non c'era motivo che io, per un nulla facessi scattare l'allarme, però...
avevo paura, contavo i minuti, i secondi, salutavo in cuor mio chi avevo più caro.
L'uomo tornò, mi sentii un idiota, ma quell'analisi di coscienza mi fece in fondo assai bene.

mercoledì 12 giugno 2013

Il programma


Aveva tutto in mente, nitido e preciso come una fotografia. Sarebbe arrivato là dopo una piacevole passeggiata, nel chiaro pomeriggio desolato.
Poi si sarebbero recati al parco e avrebbero percorso quei viali come molte altre volte, come la prima volta che si erano conosciuti. Per riposarsi si sarebbero seduti su di una panchina davanti al laghetto e lei avrebbe voluto un gelato, anche se non era la stagione. Fragole e lampone, come ogni volta. E come ogni volta si sarebbe sporcata. Probabilmente in testa avrebbe avuto quel cappellino grigio, quello che a lui piaceva tanto.
Magari dopo avrebbe giocato con i cani di passaggio e conversato con i loro padroni, come tante volte era successo.
Per tornare a casa avrebbero imboccato il lungo vialone alberato, certamente dorato in questo mese d'autunno. E con le foglie sotto i piedi avrebbe giocato come la bambina che si portava dentro. E avrebbe sorriso, perché lei sorrideva sempre.
Poi l'avrebbe perdonato e lui sarebbe entrato di nuovo a far parte della sua vita.
A questo pensava nel tiepido dormiveglia che cullava il suo risveglio, un cieco ottimismo gli aveva infuso la notte. Si alzò con il cuore carico di speranza e la mente di progetti.
Scoprì che stava diluviando.

lunedì 10 giugno 2013

Giacomò


Ad attenderlo all'aeroporto c'era, come nei programmi, l'autista. Trattasi, costui, di un ragazzo del luogo, con sulle guance una morbida peluria.
Giacomo, sulle prime, dubitò fortemente che sapesse guidare un automobile; parlava in italiano stentato, ma con un accento veramente buffo, capiva tuttavia alla perfezione ogni parola e si reggeva in piedi su due gambette fine fine, da gazzella.
Per pochi spiccioli Giacomo si assicurò il suo supporto per tutta la durata del soggiorno. E veementemente lo pregò, influenzato forse da film di bassa lega, di non chiamarlo Capo. Il ragazzo lo guardò stupito, non avendone mai avuta la benché minima intenzione. Lo chiamava altresì Giacomò, non riuscendo a pronunciarne il nome senza quell'accento sull'ultima sillaba. Un'altra persona ne avrebbe riso; il fotografo ne era invece visibilmente seccato. Il ragazzo non se ne accorse, o non lo diede a vedere. Partirono alla volta dell'hotel, nell'area centrale e occidentalizzata della città; Amadou, così aveva detto di chiamarsi il ragazzo, alla guida e Giacomo accanto.
Durante i primi giorni il fotografo non si recò al lago, ma decise di visitare Dakar, seguito dal docile Amadou. Passeggiavano tra i viali polverosi, passando di mercato in mercato, e il ragazzo soddisfaceva tutte le curiosità dell'italiano. La sera Giacomo, sdraiato nel letto della moderna e confortevole camera, mentre lottava con le zanzare, che nel paese sembravano essere sovrane, ripensava alle nozioni apprese. Rimembrava le ritmiche musiche udite lontano, i profumi che provenivano da ogni dove, i colori sgargianti, le stoffe variopinte dei commercianti. Doveva entrare nell'ottica del luogo, respirarlo a fondo, prima di vederne i colori e poterne fotografare l'essenza.
Dopo quattro giorni si sentì pronto e chiese ad Amadou le indicazioni stradali per giungere al Lago Rosa.
Quando partiamo Giacomò?
Fu la pronta risposta del ragazzo.
Non partiamo, vado da solo.
Giacomo non si sarebbe mai immaginato di dover discutere riguardo ciò con quel ragazzetto. Amadou non voleva assolutamente lasciarlo partire solo. Adduceva mille motivi, alcuni dei quali chiare fandonie. È pericoloso. È facile perdersi. Non è un posto per turisti non accompagnati. Potrebbero esserci animali feroci lungo la strada. Giacomo, ovviamente, non si piegò.
La mattina seguente Amadou gli consegnò le chiavi della vecchia jeep e il fotografo partì con la fedele reflex al seguito. Il ragazzo aveva avuto, in parte, ragione; la strada era accidentata, per percorrerla impiegò molto più tempo del previsto.
Durante il percorso continuava a rimuginare sull'arroganza del suo accompagnatore. Non ho bisogno di nessuno. Sono il migliore nel mio campo, non devo aver seguito quando fotografo. Arriverò completamente solo alla gloria.
Lo spettacolo che lo attendeva valeva più di qualsiasi strada accidentata.
Tutto come si era immaginato, forse meglio. Gruppi di uomini già inmersi, con i loro bastoni per recuperare il sale dai fondali, cumuli salini alle rive con cartelli indicanti il nome delle famiglie di appartenenza, tour guidati lungo le sponde zigzagavano tra essi, bambini affamati, a frotte, che tentavano di vendere ogni sorta di souvenirs.
Il fotografo iniziò a vagare, cercando l'angolatura da cui svolgere il suo lavoro; i ragazzini non attesero molto prima di affollarglisi intorno. Solitamente i turisti compravano sempre qualcosa da loro, quest'uomo qui era diverso. Li scacciava in malo modo, non capivano le parole ma il tono offensivo era inequivocabile, un paio si guadagnarono anche un calcio negli stinchi, per esser stati troppo insistenti, e imprudenti da essersi troppo avvicinati.
Alcune ore dopo; Giacomo si era fermato a riposare, stremato dal sole che, con il riverbero delle rosee acque, era insopportabile. Trovò riparo sotto alcune frasche, garantivano almeno una magra ombra. Fu allora che i ragazzini tornarono a lui intorno; in un impeto d'ira si slanciò verso uno di essi, mentre la sua adorata reflex dolcemente scivolò nelle mani di un'altro del gruppo, un piccoletto ricciolino, come tutti in quel luogo d'altronde, che fuggì con animalesca agilità.

venerdì 7 giugno 2013

Indugiare


Linearmente complesso, o complicatissimo in modo semplice, scegliete voi.
Aveva chiuso per sempre con il suo passato, quel passato così scomodo, così pesante, così dififcile da nascondere. Aveva dato un taglio netto e ci era riuscito, preciso, secco.
Aveva una nuova vita e ne era felice, niente del prima turbava il suo mondo. Aveva anche un progetto, immenso, bello, e per di più realizzabile. Sì, Marco ce la poteva fare, non era una delle sue chimere impossibili. No, questa no, questa volta i suoi desideri sarebbero potuti diventare concreti.
Trascorse del tempo, ma non faceva miglioramenti, non si avvicinava neanche di un passo alla meta. Eppure era lì, vicina e tangibile.
Marco, ormai lo conoscete anche voi, aveva capito come fare, ma questo dubbio lo rodeva. Solo una persona poteva aiutarlo, solo una persona ci sarebbe riuscita certamente. Non poteva sbagliare, ma quella persona apparteneva al passato, chiamare quella persona significava svegliare il mostro. Se la sentiva? Sarebbe poi riuscito a rimetterlo a tacere un'altra volta.
Indugiava, Marco, non riusciva a scegliere e nell'indugio si riusciva a scegliere e nell'indugio si distruggeva di gin.
Forse prima o poi sarebbe arrivato a una soluzione, ma il gin ne trovò un'altre prima di lui.

lunedì 3 giugno 2013

Donna felice


Non so dirvi cosa fece la differenza, in quel pomeriggio invernale. Fu diverso, semplicemente.
La luce era già andata giù, a metà pomeriggio. Niente di speciale in pieno inverno. Il freddo era palpabile, gelava le mani e il naso.
Poche persone sul marciapiede, tutte ben vestite, poche auto pigre attendevano ai semafori. Sempre rossi.
Io guardavo dalla finestra questa trista città e vedevo tutto medesimo all'immaginario che stampato permaneva nella mia mente. Dieci anni prima ogni aspetto sarebbe risultato identico. Lo ricordavo anche.
Un gatto saltò su di un muretto e se ne andò per la sua strada, passò un Pullman mezzo vuoto e un clacson sunò lontano.
Mi spostai dalla finestra e preparai un tè. Lo facevo tutti i giorni. Poi lo bevvi, feci la doccia e mi vestii con cura. Uscii in strada in mezzo alla gente che non c'era.
Dovevo recarmi al supermercato, non lo feci, dovevo ritirare i panni in lavanderia ma non ci andai, dovevo far visita a una vecchia amica malata, non andai neppure là.
Passeggia semplicemente, pensando a quanto tempo era che non mi sentivo così viva. Così libera.
Da qual giorno sono davvero una donna felice.

venerdì 31 maggio 2013

Trentatre


"Ci hanno prese?"
"No, abbiamo passato soltanto la prima selezione."
Rosa in visibilio, Sara sinceramente felice, più per lei che per sè stessa, non poteva permettere che l'amica si facesse grandi illusioni.
"Domani sapremo davvero se è andata bene."
Rosa annuì, aveva ripreso colore ma non ancora la voce. Era come un sogno, uno splendido sogno.
Insieme le amiche s'incamminarono, lasciandosi alle spalle il vecchio teatro. Sara doveva andare alla scuola di ballo perché il lavoro l'attendeva, mentre Rosa non poteva tornare ancora a casa poiché i genitori la credevano al salone di bellezza ancora per un paio di ore.
Si diresse al bar "Trentatre" dove lavorava Marco, un ragazzo che le piaceva molto. Si conoscevano da anni ma non avevano un vero e proprio rapporto di amicizia. Rosa era sempre stata convinta di non essere abbastanza interessante per lui, ma quel giorno era diverso. Quel pomeriggio estivo la ragazza aveva la sicurezza di sé che le era mancata per il resto della vita. Erano ancora le quattro, poteva andare là, il bar sarebbe stato quasi vuoto a quell'ora e dirgli, sai, ho fatto un provino per entrare nel corpo di ballo i uno spettacolo teatrale e mi hanno preso. Da Settembre girerò l'Italia con la tournee di Romeo e Giulietta. E lui finalmente le avrebbe dato ascolto. Poi gli avrebbe potuto raccontare che le ragazze quella mattina erano tantissime e quasi tutte professioniste. Lei era molto emozionata ma riuscendo comunque a mostrare il meglio di sé era stata presa.
Vagheggiando si diresse a grandi passi verso il bar.
Non era assolutamente vero che era entrata nel cast, non ancora, ma una piccola soddisfazione era arrivata, la sua rivalsa iniziava il cammino. Basta sentirsi inferiore a tutte quelle ragazze che, come Viola, erano sempre capaci in tutto e ovunque suscitavano stima e ammirazione. Adesso anche lei aveva dimostrato di aver talento, finalmente le sue passioni non sarebbero considerate frivolezze.
Entrò al "Trentatre" e senza vedere nulla davanti a sé, se non un palco illuminato, si diresse al bancone. Marco era là, parlava concitato con una mora altissima dalle curve innaturali. Lei continuava a ridere come una sciocca alle parole del barista, e lui non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Non chiese neppure un caffè ed uscì.
Nuovamente una rabbia scura iniziò a farle vibrare l'animo, ma era una rabbia diversa a quella cui era abituata. Prima c'era l'impotenza di non riuscire a dimostrare le sue capacità, adesso no. Adesso che finalmente la sua autostima aveva qualcosa su cui far leva, nuovamente si vedeva sopraffatta da una ragazza che era più appariscente di lei ma sembrava a tutti gli effetti un oca, adesso la sua rabbia aveva il sapore amaro della consapevolezza.
Aspetta Rosa, sembrava dirle la sua rabbia, aspetta, poi vincerai.

mercoledì 29 maggio 2013

Il viandante

Dopo aver chiesto indicazioni non aveva incontrato più nessuno.
Adesso era solo, solo con il suo zaino e i suoi pensieri.
"Vedi laggiù c'è quella casa rossa?"
Aveva annuito.
"Prosegui lungo la spiaggia fino là, poi gira a sinistra. Dietro alla casa c'è un sentiero, devi seguire quello. Non ti puoi sbagliare, non ce n'è altri."
Aveva annuito di nuovo.
L'uomo con cui aveva parlato si era come disperso nell'immensità della spiaggia.
Se avessi saputo che la strada era così lunga mi sarei fermato a fare conversazione. Pensava l'uomo, che iniziava a sentirsi solo.
Le indicazioni le aveva ricevute da un vecchio, uno del posto a giudicare dalla strana inflessione che metteva su ogni parola. Aveva una lunga barba e procedeva gobbo, ma nei suoi occhi la luce della gioventù splendeva. Non importa, era sparito ormai.
La casa appariva lontana, tale e quale a quando era partito, piccola all'orizzonte. Eppure camminava da ore, da molte ore.
Non vedeva l'ora di arrivare là, alla casa, sarà come essere a metà, pensava. O forse no.
Adesso aveva il mare con la sua melodia amica, c'era la sabbia dai fini granelli e i gabbiani lontani, giù al porto.
Alla casa avrebbe dovuto girare in un sentiero, c'era solo quello. L'idea del sentiero di notte non lo allettava, stava calando la sera. 
Chissà quanto può essere lungo.
Cosa era più importante? Abbandonare quelle poche certezze che aveva, sperando di terminare il viaggio, o non terminarlo mai, rimanendo ancorato ad esse?