Visualizzazione post con etichetta Estratti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Estratti. Mostra tutti i post

mercoledì 3 luglio 2013

Il direttore


Il direttore della rivista sfoglia svogliatamente l'ultimo numero, posato sulla sua scrivania. Nel suo ufficio, a sera tarda, la redazione è quasi deserta. Inavvertitamente urta il bicchiere del caffè, ormai freddo, che si rovescia sulla moquette bodeaux. All'ingresso della stanza un divanetto con un tavolino basso, i resti di un bicchiere di burbon. Sulla parete destra una grande libreria è colma di riviste. Davanti a sé, oltre l'ampia scrivania, due poltroncine di pelle nera, non più nuove.
L'uomo trascorre in quella stanza gran parte del proprio tempo, è bravo e diligente nel suo lavoro, non è un caso che la rivista goda di un ottimo successo.
Ha già congedato la sua segretaria, scrive gli ultimi appunti, poi andrà a casa. Dalla strada giunge attutita una melodia rock.
Chiusa la rivista, la guarda con un sospiro sordo. La foto di copertina ha dell'incredibile, scattata con una maestria assoluta. Il suo fotografo più bravo, entrato nel team solo da pochi mesi, dopo un lungo corteggiamento. È un maestro, il direttore deve dargliene atto, in fondo è stato lui che lo ha voluto, a ogni costo. Adesso, però, deve fare i conti con l'uomo, con il presuntuoso, con l'irrascibile, con l'altezzoso. Si chiede, per l'ennesima volta, se il suo non sia stato un errore.
Il direttore è il principale di Giacomo.

lunedì 1 luglio 2013

Il verdetto


La mattina seguente si presentò di nuovo davanti al teatro, Sara con lei, e, con suo grande disappunto, nuovamente fu accalcata insieme a tante altre ragazze, molte delle quali le aveva già intraviste. Non dovettero attendere a lungo, ben presto le fecero accomodare nella platea deserta. Sul palco le stesse persone che il giorno precedente sedevano loro di fronte. Rosa guardò l'amica e le strinse la mano, nell'occhiata che ricevette in cambio sembrò leggere, rilassati, abbiamo fatto tutto il possibile, adesso dobbiamo solo aspettare.
Per l'ennesima volta prese la parola la governante inglese. Parlò a lungo della produzione e della tourneè imminente, enfatizzandone l'importanza. Passò poi a spiegare i dettagli più tecnici. Il corpo di ballo sarebbe stato composto da quindici elementi, cinque ballerini, già selezionati, e cinque ballerine.
Molte ragazze si guardarono intorno, erano circa un centinaio.
Tornato il silenzio la governante proseguì. Disse che in tournèè sarebbero partite quindici di loro, dieci titolari e cinque sostitute, e queste ultime non avrebbero avuto la garanzia di esibirsi.
Sembrava parlasse volutamente con estrema lentezza per perdere tempo e aumentare la tensione. Rosa la odiava, iniziava a sudare freddo.
Arrivò finalmente il momento di leggere i nomi delle prescelte.
"Le altre possono andare a casa."
Precisò la governante.
Non sarebbe accaduto neppure nei sogni, sia Rosa sia Sara si trovavano sul palco, ma qualcosa non quadrava.
Le ragazza erano ben più di quindici.
Alcuni bisbigli si levarono dal gruppo compatto, la relatrice li zittì nuovamente e continuò il suo discorso. Le ragazze prescelte, dal lunedì seguente avrebbero seguito, sei giorni la settimana, un corso di preparazione per imparare le coreografie, al termine del quale, lei, la responsabile del corpo di ballo, nonché loro prossima insegnante, avrebbe scelto le titolari e le riserve. Le ballerine avrebbero dovuto allenarsi sei ore al giorno e quei due mesi non sarebbero stati in alcun modo retribuiti. Nuovamente chiese a chi non se la sentiva di andarsene e questa volta tre ragazze si allontanarono dal gruppo. Tra queste c'era Serena.
Sara e Rosa rimasero.

venerdì 21 giugno 2013

La prova


Si alzò in piedi una donna e aspettò che fosse fatto perfetto silenzio prima di iniziare a parlare. Durò un minuto, o poco più, ma sembrò interminabile. Era anziana, molto alta e magra, con un'espressione severa sui lineamenti tirati. I grigi capelli raccolti in una crocchia sulla nuca sembravano farla uscire da un romanzo inglese per bambini, nella veste della governante arcigna.
Rosa non aveva molta voglia di ridere sull'immagine che le veniva in mente.
La governante disse che per entrare a far parte del corpo di ballo di Romeo e Giulietta erano necessari molto talento e passione, nonché un costante impegno durante la tourneè. Quindi chi non se la sentiva poteva andarsene direttamente a casa.
Nessuna delle ragazze si mosse.

Chiese loro di fare un passo in avanti, una alla volta, dire il proprio nome e interpretare a proprio piacimento le musiche che venivano proposte. Ogni ragazza aveva a disposizione un minuto e mezzo, con trenta secondi di ogni base. Una volta terminata l'esibizione dovevano allinearsi nuovamente dall'altro lato del palco.
La donna si sedette e la prima ragazza avanzò di un lungo passo; Rosa era terza nell'ordine cui si erano disposte. La ragazza si chiamava Serena e aveva lunghi boccoli biondi, iniziò a ballare un pezzo classico con una maestria assoluta. Sembrava che ogni parte del suo essere partecipasse in quei passi, quando la musicò cambio, sostituendosi in un pezzo country, la ragazza non ebbe un attimo di esitazione, e con analoga maestria iniziò a interpretarla.
Rosa smise di guardare nella sua direzione, quella bravura ostentata con tanta naturalezza la infastidiva e si emozionava ancora di più. Lei non era assolutamente alla medesima altezza.
Poi fu la volta di Clara, una piccolina bruna, e Rosa neppure si girò a sbirciare la performance. Continuava a guardare un punto davanti a sé pensando che avrebbe dovuto ballare. 
Ballare, nient'altro.

Venne il suo turno, con voce insicura disse il suo nome, Rosalina, e aspettò la musica. Il pezzo classico non le piacque e avanzò sgraziata i primi passi, per acquisire sempre più fiducia e iniziare a farsi davvero trasportare dalla musica. Quando il tempo a sua disposizione finì le sembrò troppo poco, era tuttavia abbastanza soddisfatta. Come prima volta non era andata malissimo, aveva temuto di non riuscire di avanzare un passo. Raggiunse Serena e Clara e attese le compagne in uno strano stato di trance, senza guardare nemmeno l'esibizione di Sara.
Quando furono di nuovo tutte allineate la governante inglese prese nuovamente la palla. Le ringraziò a tutte per la disponibilità e chiese a Serena, Rosa e Sara di ripresentarsi anche l'indomani perché erano tra coloro che sarebbero state prescelte.

Sara dovette sorreggere l'amica fino all'aria aperta

venerdì 31 maggio 2013

Trentatre


"Ci hanno prese?"
"No, abbiamo passato soltanto la prima selezione."
Rosa in visibilio, Sara sinceramente felice, più per lei che per sè stessa, non poteva permettere che l'amica si facesse grandi illusioni.
"Domani sapremo davvero se è andata bene."
Rosa annuì, aveva ripreso colore ma non ancora la voce. Era come un sogno, uno splendido sogno.
Insieme le amiche s'incamminarono, lasciandosi alle spalle il vecchio teatro. Sara doveva andare alla scuola di ballo perché il lavoro l'attendeva, mentre Rosa non poteva tornare ancora a casa poiché i genitori la credevano al salone di bellezza ancora per un paio di ore.
Si diresse al bar "Trentatre" dove lavorava Marco, un ragazzo che le piaceva molto. Si conoscevano da anni ma non avevano un vero e proprio rapporto di amicizia. Rosa era sempre stata convinta di non essere abbastanza interessante per lui, ma quel giorno era diverso. Quel pomeriggio estivo la ragazza aveva la sicurezza di sé che le era mancata per il resto della vita. Erano ancora le quattro, poteva andare là, il bar sarebbe stato quasi vuoto a quell'ora e dirgli, sai, ho fatto un provino per entrare nel corpo di ballo i uno spettacolo teatrale e mi hanno preso. Da Settembre girerò l'Italia con la tournee di Romeo e Giulietta. E lui finalmente le avrebbe dato ascolto. Poi gli avrebbe potuto raccontare che le ragazze quella mattina erano tantissime e quasi tutte professioniste. Lei era molto emozionata ma riuscendo comunque a mostrare il meglio di sé era stata presa.
Vagheggiando si diresse a grandi passi verso il bar.
Non era assolutamente vero che era entrata nel cast, non ancora, ma una piccola soddisfazione era arrivata, la sua rivalsa iniziava il cammino. Basta sentirsi inferiore a tutte quelle ragazze che, come Viola, erano sempre capaci in tutto e ovunque suscitavano stima e ammirazione. Adesso anche lei aveva dimostrato di aver talento, finalmente le sue passioni non sarebbero considerate frivolezze.
Entrò al "Trentatre" e senza vedere nulla davanti a sé, se non un palco illuminato, si diresse al bancone. Marco era là, parlava concitato con una mora altissima dalle curve innaturali. Lei continuava a ridere come una sciocca alle parole del barista, e lui non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Non chiese neppure un caffè ed uscì.
Nuovamente una rabbia scura iniziò a farle vibrare l'animo, ma era una rabbia diversa a quella cui era abituata. Prima c'era l'impotenza di non riuscire a dimostrare le sue capacità, adesso no. Adesso che finalmente la sua autostima aveva qualcosa su cui far leva, nuovamente si vedeva sopraffatta da una ragazza che era più appariscente di lei ma sembrava a tutti gli effetti un oca, adesso la sua rabbia aveva il sapore amaro della consapevolezza.
Aspetta Rosa, sembrava dirle la sua rabbia, aspetta, poi vincerai.

giovedì 31 gennaio 2013

I due uomini


L'uomo parlava ma l'altro uomo non lo ascoltava più, conosceva troppo bene quelle parole vane. Appartamento luminoso, infissi nuovi, ben riscaldato, parquet.
Lasciamo che parli.
Marco aveva già deciso, Marco era un nomade, aveva vissuto in decine di case diverse, sapeva come sceglierne una.
Quest'appartamento di periferia lo aveva chiamato e lui rispondeva, non poteva fare altro.
L'uomo attendeva una risposta, spiacente ripassi più tardi, Marco non è più lì con lei.
Gli agenti immobiliari sono vestiti tutti uguali, sembra che abbiano tutti la stessa vita. Che fandonia è questa, di sicuro che no. Ne era sicuro, tuttavia mai ne aveva avuto uno per amico.
Marco non aveva amici, o meglio, ne aveva avuti tanti, amici che passavano come le città in cui aveva vissuto. 
Anche le case erano state molte, ma lì è diverso, le case erano amanti, ognuna con la sua anima. Tutte lo avevano sedotto, conquistato, amato e poi lasciato. Era successo sempre così.
Marco, con grandi passi nel silenzio, percorre le stanze, solo la suola delle sue scarpe sembra avere qualcosa da dire.
L'altro attende, ha detto quello che poteva, adesso il suo stipendio è nelle mani di un uomo che non lo ha ascoltato. Marco.
Marco passa la mano sopra il divano in ecopelle, guarda le stampe alle pareti, il robusto mobile all'ingresso, ma nulla lo interessa. È stato altro. Quell'odore di umido, ma di buono insieme, questo è l'odore che vorrò sentire scendendo in cantina.
È bastato questo, Marco si è innamorato. E voi non lo capirete mai.

mercoledì 30 gennaio 2013

Quella mail


Ricordo tutto come fosse ieri. Stavo lavorando ed ero in assetto pomeridiano; per chi ancora non lo sapesse il mio assetto pomeridiano è il seguente, divano, portatile aperto, sette otto penne, bottiglia d'acqua, quattro o cinque blocchetti di appunti. E per terra un tè e un caffè, che mi aspettavano entrambi. Non so decidere a priori quale mi andrà prima, tanto li bevo freddi.
Mi squillò il telefono ed era lui.
Stavo lavorando bene, ed ero anche scocciata dall'interruzione, tuttavia risposi. Parlammo del più e del meno, avevo posato la penna, e scorrevo stancamente le ultime notizie dei siti d'informazione, che seguo più regolarmente. 
Niente di interessante era uscito di nuovo.
Aprii allora la posta e digrignai. Forse lui mi sentì anche. In quelle poche ore, un numero troppo alto di mail era venuto a turbare la mia serenità; cominciai a scorrerle con noia calcolata, alcune le cancellai a priori, ad altre diedi prima una veloce occhiata, altre ancora le misi da parte per leggerle poi, con maggiore calma.
Poi vidi quella. E non esisteva più niente. 
Finalmente, da mesi l'attendevo. Adesso dovevo solo leggerla. Avrebbe potuto cambiare la mia vita, non era facile.
Aprila, disse lui e il computer sembrava aver iniziato a navigare assai lento.
Attendo un tuo scoppio di ira, disse poi, pensando il peggio.
Ma non ci fu, era quella, la bella notizia che aspettavamo.

martedì 29 gennaio 2013

La biblioteca

L'uomo chino, al centro della stanza.
Sedeva come tutti, ma la sua postura appariva diversa. Concentrato su quel libro, un'altra pila al fianco.
La biblioteca era piena, piena di persone che, come lui, chine studiavano intente, nei propri libri sprofondati. La biblioteca era piena di silenzio, il silenzio denso che si può anche toccare. La biblioteca era piena di odori, odori di chiuso e di respiri incrociati.
Molti erano studenti, con i loro jeans strappati e le loro magliette colorate; mentre l'uomo sudava nella sua camicia a righe.
Continuava a cercare, a leggere, nessuno guardava, sfogliava le pagine e, con rabbia, il suo labbro mordeva. Una ruga di preoccupazione segnava il suo volto, nessuno di lui si curava.
La ragazza al suo fianco mordicchiava una matita, il giovane dietro di lui su un saggio di filosofia sbadigliava.
Lui irremovibile, leggeva e leggeva, cercava.
La porta che si apre, la porta che si chiude, passi leggeri condotti sottovoce, il sole che va giù, il rche si alza. Poi la trovò, tra tante altre, simile era quella la frase che voleva.
Provò molte cose,allora, ma fra esse mancava la soddisfazione.

lunedì 28 gennaio 2013

Lasciare la città


Doveva cambiare città molto spesso per lavoro, ma non così spesso da non riuscire ad affezionarsi. 
Per lui cambiare città era bello, ma era anche strano, era strano lasciare quella vecchia, una sorta di lungo addio che dura mesi e mesi, mesi dal gusto agro di un frutto acerbo.
Il problema non stava nella città in sé, le città si assomigliano tutte, in fondo. Il problema era il bar lungo la via, il supermercato all'angolo, la strana cadenza delle persone del posto, l'acidità costante della vicina di casa, il profumo particolare delle giornate di festa.
Il problema erano le piccole cose che la rendevano viva, gli si attaccavano dentro e gli chiedevano di rimanere. Ogni giorno era quel lungo addio, che si ripeteva fino a che non giungeva il momento di partire, ed allora era come se da quelle cose non si fosse staccato mai.

domenica 27 gennaio 2013

il tramonto


Il tramonto, cos'è il tramonto?
Uomini che finiscono di lavorare e finalmente possono tornare a casa, ragazzi che lasciano il campetto e gli amici con le scarpe fangose, almeno fino all'indomani, pentole che sobbollono sui fornelli, in attesa della cena, negozi che chiudono i battenti contando l'incasso giornaliero, cani che scodinzolano all'ora della passeggiata tanto attesa, palestre che si riempiono, dopo il vuoto del pomeriggio, traffico impetuoso che invade la città, un paesaggio da ammirare stupiti, abbracciati a qualcuno, turisti che fanno colazione, in procinto di cominciare la giornata, anziani che vanno a dormire, dopo la loro parca cena, televisioni che si accendono, togliendo spazio alle parole.
Per Maria il tramonto era questo, era sempre stato questo, niente di più, niente di diverso, niente di particolare.
Quella sera no, quella sera cambiò tutto.
Una gialla luce invase la stanza, una luce irreale di giorno che se ne va. Le prese un gran freddo, insieme alla luce, e si costrinse ad alzarsi da lì.
Nel vecchio armadio delle coperte ne prese una, cercando di non far cadere tutto. Era bassa Maria, non arrivava in cima alla pila. Le rimase in mano un vecchio plaid blu, le altre restarono per magia al loro posto.
Con il plaid volò via una fotografia, era la foto del suo errore. La colpì violenta, come una lama.
Quello fu il tramonto in cui Maria cambiò strada.

giovedì 24 gennaio 2013

La telefonata


Trillò il telefono e lei non si mosse. Era un vecchio telefono, di quelli neri, pesanti, arrogantemente appoggiato sulla scrivania, con la sua solidità.
Trillò ancora, lei appoggiò la penna e sollevò la cornetta. Attese un attivo, sentiva il respiro dall'altra parte del filo.
Pronto, disse piano.
La voce che le rispose non era quella che si era aspettata. Una manica del maglione le scivolò fino al gomito.
Sì, mi dica.
Iniziò a sfogliare la sua agenda, trovò quello che cercava e lo lesse attentamente.
Ascoltava senza replicare.
Mi dia un secondo.
Disse infine.
Sfogliò di nuovo l'agenda, con una calma furiosa che non le apparteneva. Si può fare.
Iniziò a scrivere, quello che la voce le diceva con una grafia precisa, tonda e veloce, al centro della pagina.
Guardate, è un indirizzo e un numero di telefono. Nessun nome, nessuna nota.
Se non deve dirmi altro, arrivederci.
Ma non c'era astio, in queste parole fredde.
Mise giù la cornetta, sospirando. Sistemò la manica del maglione, e riprese la sua occupazione.
Come se niente fosse.

lunedì 21 gennaio 2013

Compagno di viaggio


Michele uscì da casa, era la stessa ora di tutti i giorni, indossava la stessa triste tenuta da lavoro, una tuta blu macchiata di vernice, come ogni giorno si diresse alla stazione.
L'aria era ancora buia e un poco frizzante, fumò una sigaretta di passi lenti, nel breve tragitto che lo conduceva al treno. Si sedette al solito posto, di fianco al finestrino. Di fronte c'era un uomo, molto elegante.
Qualcosa in quel viso gli era familiare, lo guardò a lungo prima di capire. L'altre sembrava non accorgersene neppure, assorto in chissà quali importanti pensieri. Poi capì, si conoscevano, molti anni prima, una vita fa, oserei dire; lo riconobbe ma non lo salutò.
Erano ragazzi e abitavano vicini, nel paese lontano della loro infanzia. Michele spesso vittima e lui -Mauro? Marco? Bho!- carnefice continuo. Quanto male aveva desiderato ai tempi a lui. Michele se ne ricordava bene, come ricordava bene le botte e i lazzi che questi gli tirava.
Adesso Michele è un povero operaio, lui sembrava aver fatto strada. Non capendo il motivo, era felice per lui, nessun rancore, nessuna invidia.
Ciò nonostante non lo salutò.

giovedì 17 gennaio 2013

Festeggiare


Quella sera dovevamo festeggiare, non l'avevamo deciso, era implicito. Passo a prenderti alle nove, le dissi soltanto.
Alle nove ero già là, e lei per una volta non mi fece attendere, scese le scale di corsa, era bellissima, nel vestito nero e con i tachi alti. Si era truccata poco, proprio come piace a me, ma profumava intensamente, fiore di bosco o qualcosa di simile.
Mi buttò le braccia al collo.
Festeggiamo?
Certo.
Dove mi porti?
È una sorpresa.
Inizia a guidare per fuori città, le strade ancora piene del rientro serale.
L'eccitazione le si leggeva in volto, trattenerla era impossibile. Mi parlò della sua amica, del vestito nuovo e di quello che avevo visto in vetrina, del gatto del vicino, dei film al cinema e di quelli in TV e di tutte quelle altre cose di cui parlano le donne se lasciate senza freno.
Quella sera non la bloccai, ma l'ascoltai anche abbastanza interessato.
Mi chiamò il mio capo e lei non sbuffò. Attese paziente giocherellando con gli orecchini luminosi. Approfittando del suo buonumore le parlai della partita a calcetto con gli amici, della cena di lavoro, del figlio di mio cugino. Per una volta almeno, mi stette a sentire.
Presi l'uscita a nord, adesso il traffico si era fatto più scorrevole, accelerai.
Lei accese la radio e si mise a canticchiare un pezzo degli Europe. Non sapeva l'inglese ed era stonata. Era bello ugualmente, però.
Alzai il volume e imboccai una curva.
Poi il vuoto, il nero. Da allora non so più niente.

mercoledì 16 gennaio 2013

Esco


Lui disse "esco" ed uscì.
La donna rimase in casa ad attenderlo.
No, forse no, rimase in casa, semplicemente. Non pensava a lui.
Lesse qualche pagina della rivista che era sul divano, preparò un tè ma non lo bevve, chiamò un amica e si ricordò del tè. Ne bevve un sorso, fece una doccia e finì il tè.
Poi non sapeva più che fare. Iniziò a sperare che lui tornasse. Da sola era inutile fare qualsiasi cosa. Giusto? 
Cioè, lui sarebbe tornato e lei avrebbe dovuto smettere. Era inutile anche cominciare.
Si sedette di nuovo sul divano, grande, comodo, ma lui non arrivava. Fissava l'orologio, quel vecchio regalo di un tempo felice, e quello, tacito insulto, pareva procedere ancora più piano. Aspettarlo la logorava, decise di non attendere più.
Adesso aveva tutta la libertà davanti a sé. Poteva fare quello che voleva. Poteva fare tutto quello che si negava da anni, poteva uscire adesso oppure dopo. Niente mai da valutare. Smise di sperare che lui tornasse, anzi no, iniziò a sperare che non si presentasse mai più.
Però... come faceva ad avere la sicurezza? Un'ora, un giorno, una settimana, quanto doveva aspettare per sapere che lui non sarebbe più tornato? Non poteva vivere così, appesa nell'incertezza, senza potere sapere mai se quello che sperava si sarebbe avverato. Lui sarebbe sempre potuto tornare, in qualsiasi momento.
Alla fine decise che, tornato o no, per lei non sarebbe cambiato nulla.

martedì 15 gennaio 2013

Era elegante


Successe così, più  meno.
Lui beveva il caffè, in piedi in cucina. Lei arrivò con molto entusiasmo e gli raccontò di cosa aveva letto.
Andiamo?
Certo, disse lui, che non le negava mai niente. Non è che mi interessa per quel che è, ci tenne lei a precisare, però approfitterei, per approfittare.
Che frase chiara aveva detto, ma lui la capì.
Quella sera arrivò e scesero in strada. Lei era elegante, più del dovuto, mi porterà fortuna, aveva pensato. Non c'era nessun motivo per essere eleganti, quella sera. Ma non importava.
Erano in anticipo. Lei ci teneva ad arrivare puntuale. Presero l'auto, ferma da giorni, in mezzo al traffico scivolarono silenziosi.
Rimasero bloccati, e vi rimasero a lungo.
Quando arrivarono era molto tardi e non c'era più niente.
Non potevano tornare a casa così, lei era elegante e non lo era per niente. Si fermarono in un locale, lungo la via. Scelto a caso, tra i tanti vicini. E fu per caso che fecero quell'incontro. Quello che gli avrebbe cambiato la vita. Ad entrambi. Per sempre.

lunedì 14 gennaio 2013

Sapere a priori


Ho molto tempo, non sarà un problema, dunque non mi preoccupo, guardo fuori dalla finestra, raccolgo i pensieri, mazzetti graziosi come quei fiori.
Bevo un caffè, mangio un biscotto, girovago per casa cercando qualcosa.
L'orologio dice che non devo preoccuparmi.
Indugio ancora in un mondo fatto da azioni a metà.
Forse è tempo che mi concentri, no ancora no, ancora un po'.
Spazzolo i capelli, lavo i denti con la precisa lentezza di chi non ha fretta. Anche se adesso dovrei averne.
Ticchetta la lancetta, mi ricorda, il mio impegno inesorabile viene, si avvicina e avvicina a me la consapevolezza.
Non ce la farò, lo so di già, magari se fossi pronta. Ma no, non lo sono, non ancora. Sarebbe una lotta contro il tempo, eppure lo sapevo, lo sapevo già.
Di nuovo, così.
Quante cose che a priori sapevi, nulla hai fatto per cambiarle?

martedì 8 gennaio 2013

Alle 16


Doveva andare qual pomeriggio, alle 16:00 essere là. Questo comportava innumerevoli conseguenze.
Si era svegliato all'alba per concludere alcune questioni importanti di lavoro, aveva disdetto alcuni appuntamenti che aspettava da molto, avrebbe perso discreto tempo, per raggiungere la meta.
Abbastanza comico, in fondo l'uomo non sapeva cosa andava a fare, né dove di preciso. Andava là, e qualcosa sarebbe successo.
Aveva scoperto il tutto per caso, non aveva capito cos'era ma non riusciva a toglierselo dalla mente.
Decise di andare, verso un'opportunità, verso una grande fregatura.

mercoledì 2 gennaio 2013

Le due birre


Lei gli disse, torno subito, e si alzò.
Il locale era affollato, un prato ingombro di tavolini e sedie. Gente ovunque, accalcata a gruppetti, sdraiata sui morbidi cuscini appoggiati sull'erba. Non si passava.
Lui rimaneva lì, a guardare i loro due bicchieri vuoti.
La notte era tarda ma il calore non aveva abbandonato l'aria, una musica soffusa si diffondeva tutt'intorno.
Fendette il muro di persone, sgusciò tra braccia gambe e busti di conversazioni che non le appartenevano, si fece largo tra vite che non conosceva.
Raggiunse il bancone, troppo alto anche per i suoi scomodi tacchi. Una folla le si radunava davanti, compatta le sbarrava la strada.
Solo due birre, pensava, ma pare un'impresa. Il barista lo conosceva, provò a chiamarlo, inghiottita da altre voci. Si sbracciava la ragazza, tentando di destare l'attenzione.
Era bella, e ben vestita, un po' fuori luogo in quella confusione. Il ragazzo al tavolo aspettava, paziente, attendeva con ansia il ritorno di lei. Lei che da così poco aveva conosciuta, lei che così tanto nella vita era entrata, lei che davanti a quel bancone nessuno considerava.
Urtò il braccio dell'uomo che le stava di fronte, e questi si girò. Occhi chiari, capelli scuri e un sorriso bellissimo quando la riconobbe. Trent'anni o giù di lì.
"Quanto tempo, che piacere!" baciandole le gote abbronzate.
Lo incontrava sul tram, qualche anno prima, presero un caffè qualche volta insieme, lui era così dolce, e così bello. Qualche volta la chiamava, mai niente d'importante.
Era qualche mese che non s'incrociavano.
"Lui è il mio fidanzato" le disse appena dopo, e lei una mano strinse, forte e callosa.
Probabilmente non ero il suo tipo, pensava lei, tornando al tavolo.
Alla birra aveva rinunciato.

venerdì 28 dicembre 2012

La fuga


Camminavano sul bagnasciuga senza troppa fretta, confondendosi con i turisti, in quel periodo numerosi.
Lei aveva fretta, voleva accelerare il passo, lui la tratteneva, talvolta la guardava con astio.
Possibile che non capisci, dicevano, quegli occhi. Avevano appena deciso che mischiarsi tra la folla era la cosa più naturale, più sicura.
Non daremo nell'occhio, vedrai, aveva assicurato lui. Lei gli aveva creduto; adesso, però, aveva paura. Si sentiva schiacciare, voleva correre via. Ma diede retta e proseguì il copione.
Parlò del tempo, del verso dei gabbiani, del sole che scotta e della crema che era finita. Risultò più facile del previsto. Sembravano davvero una coppietta felice.
Poi fu la volta di lui. Parlò di un ristorante, dove sarebbero andati, parlò di un collega che si era ammalato, parlò di una gita che voleva fare. Anche lui fu bravissimo.
Lei parlò di un costume che aveva visto in una vetrina, della parrucchiera cui voleva andare, di sua sorella che mandava i saluti. Iniziava a sentirsi rilassata, si dimenticò persino che stavano scappando, si divertiva quasi, con l'acqua del mare che le accarezzava le caviglie.
Una sirena sentirono. In lontananza, ma verso di loro sembrava venire.
Lui la prese per mano e la spinse verso l'acqua. Una voglia improvvisa di fare un tuffo, niente di male, niente di strano.
Con calma lentezza si avviarono a largo, un mare gremito gli faceva compagnia. Saremo al sicuro, disse di nuovo lui, lei oramai si fidava ciecamente. Si allontanarono ancora dalla costa pericolosa, solo allora lei si ricordò. Non sapeva nuotare.

giovedì 20 dicembre 2012

Il guidatore nella notte


"Dove andiamo?"
L'uomo guida e non risponde. Scuote la testa appena, come a voler scacciare un pensiero insolente.
"Dove andiamo?"
Di nuovo la voce, e quella nota di preoccupazione che la contraddistingue.
"Andiamo".
La voce sembra essere soddisfatta.
"Torneremo?"
"Torneremo".
"Prima di sera, intendo".
"È già sera".
Le ombre hanno ormai ricoperto tutto, la voce intuisce l'inutilità delle sue domande. Tace. Per un po'. Poi ritorna.
"È lontano?"
"Non lo so".
Fissi gli occhi sulla strada, le luci delle altre macchine sembrano appartenere ad altri mondi. Il traffico è scorrevole, è un piacere scivolare via.
Poi tutto accadde velocemente, i fari che lo precedevano, inchiodarono, li vide illuminarsi, un grido di allarme che non ha voce.
Inchioda, ma è troppo tardi.
Il suo corpo venne estratto dalle macerie. L'uomo, nell'auto, era solo.

mercoledì 19 dicembre 2012

L'aneddoto


Chiacchieravamo del più e del meno, nel traffico scorrevole della sera. Raccontavo a lui un aneddoto lontano, niente di particolare, ma ci faceva ridere. Anche se non ero arrivata alla parte divertente.
"Pioveva quella sera, sai, proprio come oggi, ma non faceva troppo freddo. Come oggi".
Le fitte goccioline cadevano veloci, bagnavano appena, eteree.
Percorrevamo quella via a noi nota, e pensavamo solo al racconto.
Fermi al semaforo, un rumore ci distrasse. Un rumore sordo e una lieve vibrazione.
Cos'è?
Chiesi. Lui si strinse nelle spalle, io scesi a controllare. Fermi al semaforo con la pioggerellina fitta, nella via assai nota.
Arrivai all'altezza del portabagagli e lo vidi. Era un ragazzo alla fermata del tram, prendeva a calci quel che aveva intorno ed urlava, urlava a squarciagola. In quel momento un altro colpo, un altro sordo rumore vicino a noi. Anche il secondo sasso colpì l'auto, rimbalzando poco lontano.
Prima di mettermi a correre per raggiungere lo sportello -sembrava lontano nel terrore- ne vidi molti. Sassi allineati accanto a lui. E ne ebbi paura. Quei due passi infiniti percorsi, incolume, un terzo colpo vibrò tutto intorno.
Di finire l'aneddoto non avevamo più voglia.