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venerdì 19 luglio 2013

Sala d'aspetto


Nella sala d'aspetto del dentista, l'uomo, a disagio, cercava conforto dall'arredamento. Stampe di famosi quadri lo circondavano ma non riuscivano a lenire l'ansia dell'attesa. Tra esse anche la riproduzione di una foto, molto famosa, l'uomo lo sa senza riuscire a collegarla a niente di preciso.
Un palloncino rosso, un cielo azzurro, sopra una veduta aerea di New York in bianco e nero. Davvero impressionante.
Si perde in ogni dettaglio, è come volare insieme al palloncino colorato di quel cielo troppo blu, lontano dall'immensa città grigia. Fluttua anni luce distante dalla sua carie e dalla spaventevole poltrona cui dovrà sedere. L'uomo conosce l'immagine, l'ha già vista, ma mai guardata così, non si è mai soffermato tanto, non si è mai accorto della forza che v'è dentro.
D'un tratto è convinto di ricordare.
Quella foto fece il giro del mondo, una decina di anni prima, un giovane sconosciuto ebbe successo con una velocità impressionante, per quello scatto. Non gli sovviene il nome, ma è convinto di averne sentito ancora parlare.
La foto è il primo capolavoro di Giacomo.  

mercoledì 17 luglio 2013

Sul tavolo


Appare surreale, la situazione tutta.
Un denso odor di fumo impregna l'aria e mi impedisce il lavoro. Ma forse non è quello il fattore principale. Un timer ticchetta lontano e da una parvenza di vita a un luogo di abbandono. Non conto i calcinacci e i rifiuti accanto a me, diverrei matta. Faccio finta che non esistano, così è meglio.
I rumori dall'altra stanza potrebbero provenire da un altro mondo, e per me lo è quasi. Colpi di martello, passi ovattati, voci di donne. Forse. Non mi interessa.
Su questo tavolo cui mi appoggio, vita quotidiana alla rinfusa. Parti di un futuro, parti di un passato, oggetti di passaggio che non inquadrano "l'ora". Due bottiglie d'acqua, un bicchiere sporco, un rotolo di scotch, biglietti da visita in carta sottile, una plafoniera, un portamonete turchese, un libretto di istruzioni, forbici, un portacenere annerito dal tempo e qualche foglio di appunti. I fogli sono miei, tutto il resto mi sfiora come vento lontano.
Scrivo, ma il mio scrivere è solo un attendere. Attendo qualcuno, attendo il momento, attendo le idee.
Il sole va giù, inesorabile come suol fare, e alla mia porta ancora non ha suonato nessuno. Chissà se mai lo farà.
Cercare di capire se attender ancora è utile o no.

venerdì 5 luglio 2013

Attesa


La sto aspettando, spero solo che non faccia tardi. Un tempo era puntuale. La pioggia gelida mi colpisce il volto e le spalle, e il busto e le gambe senza dar tregua neppure un minuto. Ho sempre più freddo e l'oscurità sempre più fitta.
Non so perché son venuto, perché ho ceduto alle insistenze, perché sono qui che aspetto e soffro per il freddo.
Devo parlarti.
Di cosa.
Devo farlo di persona.
Questo fare duro, scontroso e secco le è proprio, non mi ha né stupito, né offeso.
Potevo dire no, potevo rifiutarmi, sono ancora in tempo ad andarmene. E poi quella voce, quella che, talvolta dal cuore, talvolta dal cervello, talvolta dallo stomaco, continua a parlare. Per sempre chiederà cosa era, e perché non son rimasto.
Magari è importante, magari no, ma non ho voglia più di pentirmi per non aver fatto qualcosa.

mercoledì 26 giugno 2013

La camera di Michela


Ho visto la sua camera, è una camera spaziosa, arredata in colori chiari. In una parete un grande quadro con decine di fotografie, una bambina bionda che spegneva le candeline, sempre bionda un poco più grande su di una bicicletta rosa, al mare con le amiche è davvero bella, foto di scuola e di feste passate. Un sorriso che mai si cheta.
Una foto più grande è sulla parete, il suo cane con la lingua di fuori, un poster americano sull'anta dell'armadio, un pupazzo, sopra una mensola, di quando era piccola.
Sulla scrivania un libro si storia aperto a pagina 53, qualche CD e una penna mangiucchiata. Sul comodino una lampada a forma di labbra, un portamonete consumato e una boccetta di profumo. Le ciabatte ai piedi del letto vicino a un libro chiuso. Per terra.
Questa è la stanza di Michela, sono cinque giorni che nessuno la vede.

lunedì 17 giugno 2013

La redazione


La grande stanza caoticamente ordinata, brulicante e indaffarata, gioviale e stressata, accogliente e asettica, familiare sì e no.
Via Della Cenere, un viale alberato della capitale, al numero 38 una palazzina di sei piani in stile liberty. Quattro di questi piani, gli ultimi quattro di questi piani, sono occupati dagli uffici della redazione del noto mensile.
Ore 12:30 di una tiepida mattina di Maggio, andiamo.
Uomini brizzolati, ma dall'aria giovanile, scrivono con la testa china e lo sguardo fisso nei loro pensieri, giovani stagiste dalla pelle fresca scivolano tra le scrivanie con tonnellate di fotocopie, due redattori chiacchierano, in coda alla macchinetta del caffè. Imbevibile, come in ogni altro ufficio di quella città.
Un telefono squilla e la risposta non si fa attendere, squilla un secondo e il suono si perde tra i tanti suoni del locale.
I colori sono chiari, la luce che entra dalle veneziane accarezza i tavoli, lievemente, come per non essere troppo invadente. Una segretaria prende appunti, al suo fianco, il giornalista appena assunto rilegge il suo pezzo.
Lentamente, la redazione inizia a svuotarsi.
Si allontanano a gruppetti, parlando del più e del meno, lasciano vuote le scrivanie, che vuote non sono, ad attenderli. Alcuni devono ancora alzarsi, intenti in qualche compito impegnativo, altri sono già tornati, una riunione per i redattori della sezione viaggi è in programma per le 13, due ragazze, poco più che bambine hanno sgranocchiato una mela, nel corridoio parlando fitto, passano due uomini, diretti non saprei, con sonora voce commentano una partita di calcio.
Questa è la redazione in cui lavora Giacomo, in un'imprecisata giornata di metà settimana.

lunedì 10 giugno 2013

Giacomò


Ad attenderlo all'aeroporto c'era, come nei programmi, l'autista. Trattasi, costui, di un ragazzo del luogo, con sulle guance una morbida peluria.
Giacomo, sulle prime, dubitò fortemente che sapesse guidare un automobile; parlava in italiano stentato, ma con un accento veramente buffo, capiva tuttavia alla perfezione ogni parola e si reggeva in piedi su due gambette fine fine, da gazzella.
Per pochi spiccioli Giacomo si assicurò il suo supporto per tutta la durata del soggiorno. E veementemente lo pregò, influenzato forse da film di bassa lega, di non chiamarlo Capo. Il ragazzo lo guardò stupito, non avendone mai avuta la benché minima intenzione. Lo chiamava altresì Giacomò, non riuscendo a pronunciarne il nome senza quell'accento sull'ultima sillaba. Un'altra persona ne avrebbe riso; il fotografo ne era invece visibilmente seccato. Il ragazzo non se ne accorse, o non lo diede a vedere. Partirono alla volta dell'hotel, nell'area centrale e occidentalizzata della città; Amadou, così aveva detto di chiamarsi il ragazzo, alla guida e Giacomo accanto.
Durante i primi giorni il fotografo non si recò al lago, ma decise di visitare Dakar, seguito dal docile Amadou. Passeggiavano tra i viali polverosi, passando di mercato in mercato, e il ragazzo soddisfaceva tutte le curiosità dell'italiano. La sera Giacomo, sdraiato nel letto della moderna e confortevole camera, mentre lottava con le zanzare, che nel paese sembravano essere sovrane, ripensava alle nozioni apprese. Rimembrava le ritmiche musiche udite lontano, i profumi che provenivano da ogni dove, i colori sgargianti, le stoffe variopinte dei commercianti. Doveva entrare nell'ottica del luogo, respirarlo a fondo, prima di vederne i colori e poterne fotografare l'essenza.
Dopo quattro giorni si sentì pronto e chiese ad Amadou le indicazioni stradali per giungere al Lago Rosa.
Quando partiamo Giacomò?
Fu la pronta risposta del ragazzo.
Non partiamo, vado da solo.
Giacomo non si sarebbe mai immaginato di dover discutere riguardo ciò con quel ragazzetto. Amadou non voleva assolutamente lasciarlo partire solo. Adduceva mille motivi, alcuni dei quali chiare fandonie. È pericoloso. È facile perdersi. Non è un posto per turisti non accompagnati. Potrebbero esserci animali feroci lungo la strada. Giacomo, ovviamente, non si piegò.
La mattina seguente Amadou gli consegnò le chiavi della vecchia jeep e il fotografo partì con la fedele reflex al seguito. Il ragazzo aveva avuto, in parte, ragione; la strada era accidentata, per percorrerla impiegò molto più tempo del previsto.
Durante il percorso continuava a rimuginare sull'arroganza del suo accompagnatore. Non ho bisogno di nessuno. Sono il migliore nel mio campo, non devo aver seguito quando fotografo. Arriverò completamente solo alla gloria.
Lo spettacolo che lo attendeva valeva più di qualsiasi strada accidentata.
Tutto come si era immaginato, forse meglio. Gruppi di uomini già inmersi, con i loro bastoni per recuperare il sale dai fondali, cumuli salini alle rive con cartelli indicanti il nome delle famiglie di appartenenza, tour guidati lungo le sponde zigzagavano tra essi, bambini affamati, a frotte, che tentavano di vendere ogni sorta di souvenirs.
Il fotografo iniziò a vagare, cercando l'angolatura da cui svolgere il suo lavoro; i ragazzini non attesero molto prima di affollarglisi intorno. Solitamente i turisti compravano sempre qualcosa da loro, quest'uomo qui era diverso. Li scacciava in malo modo, non capivano le parole ma il tono offensivo era inequivocabile, un paio si guadagnarono anche un calcio negli stinchi, per esser stati troppo insistenti, e imprudenti da essersi troppo avvicinati.
Alcune ore dopo; Giacomo si era fermato a riposare, stremato dal sole che, con il riverbero delle rosee acque, era insopportabile. Trovò riparo sotto alcune frasche, garantivano almeno una magra ombra. Fu allora che i ragazzini tornarono a lui intorno; in un impeto d'ira si slanciò verso uno di essi, mentre la sua adorata reflex dolcemente scivolò nelle mani di un'altro del gruppo, un piccoletto ricciolino, come tutti in quel luogo d'altronde, che fuggì con animalesca agilità.

mercoledì 5 giugno 2013

Era bello qui


Mi stavo abituando qui, era così giusto, era così bello.
Ci svegliavamo tutte le mattine presto, il sole ci accarezzava e intorno a noi solamente il silenzio.
Mi piaceva qui, in mezzo a questa natura, con la figlia del fattore che veniva a vendere le uova e dalla terrazza sul tetto vedevo le mucche. Mi piaceva andare al ruscello a prendere l'acqua e cogliere i fiori per i nostri vasi.
Nostri non proprio, ma lasciamo perdere.
Mi piaceva stendere la biancheria con l'odore dell'erba tagliata, per sentirmi meno sola. Mi piaceva mettermi il fazzoletto in testa e dar da mangiare alle galline, attendere te con la bicicletta arrugginita tornare a casa.
Nemmeno un anno ma questo era ormai il mio mondo, speravo di rimanere, di restare ancora un po' ancora un po' di più.
E invece no, anche questa volta tu non ti senti più sicuro, di nuovo vuoi andartene, siamo braccati di nuovo, dici. Ma non è vero e lo sai, sono soltanto le tue fobie, non ci prenderanno mai e tu insisti, continui a fuggire. Più dal senso di colpa che da loro, ormai. Ma non ci puoi fare niente, è la tua vita una colpa continua.
Domani ce ne andremo di nuovo, in punta di piedi come siamo arrivati, ce ne andremo lontano per impossessarci di altre due vite, rubare l'identità chissà a chi, e vivere defilati.
Da tutto e da tutti.
Aspettando nuovamente il momento di partire ancora.

venerdì 17 maggio 2013

Non vuole andar via


Entrai nella casa che era il tramonto. Lo feci in punta di piedi, sebbene sapessi che non c'era nessuno. Non accesi la luce, ma mi accontentai della penombra.
La casa era piena, trasudava vita da ogni poro. Dei molti oggetti sparsi in giro, tre mi colpirono con violenza.
Una bottiglia di birra, vuota sul tavolo, un barattolo di caffè vuoto in cucina, un bagnoschiuma, vuoto nella doccia. Finiti lasciati lì, a testimoniare una presenza che non vuole andar via.

La bottiglia. Vedevo due ragazzi a parlare fino a tardi, toni sommessi per non disturbare, complice la notte con la sua pace, magicamente più vicini di qualche ora prima.

Il caffè. Vedevo una donna con i movimenti impastati dal sonno, gli occhi chiusi come un gatto, i capelli arruffati dalla notte. Preparava un caffè con la poca polvere rimasta, colorava l'acqua di un colore vago, lontano parente di ciò che desiderava.

Il bagnoschiuma. Vedevo un uomo lavarsi con cura, per levar via il tepore del riposo. Finire la boccetta per allungare il piacere, ancora due minuti sotto questa acqua bollente.

Presi quello che dovevo. La bottiglia, il barattolo di caffè, il bagnoschiuma li lasciai là a testimoniare una vita che non vuole andar via.

mercoledì 15 maggio 2013

Incidente

Dovevo narrare un incidente. Cos'è un incidente? Solo una parola, dovrebbe essere facile. Eppure no. Come si narra un incidente? Qual'è la narrazione di un incidente?
È la descrizione di lamiere e fiamme con le sirene che arrivano e i curiosi che si apprestano attratti dall'eterno fascino del sangue. Sono i segni sull'asfalto, i verbali e le perizie. I titoli in prima pagina del giorno successivo.
È la storia di coloro che, confusi, in ospedale si svegliano? Senza ricordare, senza sapere come nè chi, senza sapere chi c'è ancora, senza sentire altro che un atroce dolore. Camere piene di fiori e cioccolata, che vedi da lontano con lo sguardo appannato.
È la storia di chi, seduto comodamente, ride e scherza, senza sapere cosa ci sarà dietro a quella curva. È la storia di un viaggio, come tanti altri, dal finale ancora non scritto.
È solo un momento, il momento dell'impatto, in cui i pensieri si confondono insieme. Paura, attesa del colpo, incredulità. E prima che arrivi un briciolo di speranza, è tutto nero, e non c'è più paura.
Forse è qualcos'altro, qualcosa di più, qualcosa che è meglio non narrare

venerdì 19 aprile 2013

La donna che legge


Una lampada illumina fiocamente la stanza. È vuota.
Un tavolino, con i resti di una cena.
Una poltrona scucita.
Un gatto dorme, su un tappeto sfilcacciato.
Oltre non si vede. I rumori della notte giungono attutiti.
Un uomo salì sul palco, spostò un poco la poltrona, avvicinò il tavolo al tappeto. La lampada stava bene al suo posto. Da quella distanza il gatto risultava chiaramente quel che era, un peluches. Anche se ben fatto.
Poi scese dal palco.
Ricominciarono i rumori di sottofondo. Da dietro le quinte entrò una donna, in pigiama. Aveva un libro in mano, si mise a leggerlo, seduta sulla poltrona. Di lì a poco altri attori fecero il loro ingresso nella scena, recitavano la loro parte ignorando la donna.
Due uomini ebbero una violenta discussione, lei continuava a leggere, solamente, nient'altro.
Lei era l'inerzia, la spettatrice passiva che non può intervenire.
La sua parte era quella più difficile.

mercoledì 17 aprile 2013

La melodia


Ricordo perfettamente quella notte.
Rincasai molto tardi, più tardi del solito; questo non mi mise fretta. Pedalavo tra le vie deserte e godevo della leggera brezza, dopo tutto il caldo della giornata estiva. L'aria delle notti di Giugno ha il profumo del sogno e il sapore della magia.
Giunsi a casa, in quegli anni abitavo lontano, un quartiere isolato, strappato al suo tempo. Lo avevo scelto perché tutti i palazzi avevano una loro corte, a me piaceva molto; nessuno riusciva a capire il motivo di questo mio attaccamento.
La notte era leggermente stellata, ma limpida, palpabile come una presenza.
Non avevo voglia di andarmene a letto, di chiudermi tra quella angusta quattro mura che avrebbero soffocato i miei sensi, e sopito la mia immaginazione, non avevo voglia di uccidere anzitempo quella nottata. Mi sedetti su di un pilastro, la schiena su di una colonna aderiva, appoggiarsi lievemente, è come tenersi su a vicenda.
Una musica lontana mi colpì improvvisamente. Era iniziata placida ma ancora non l'avevo colta. Era una musica delicata e selvaggia insieme, aveva odori e sapori esotici, ritmi di strumenti dimenticati, proveniva da ogni parte del mondo e insieme era là, concreta. Mi assaliva da ogni lato ma non ne capivo la fonte, completamente catturata dalle sue note.
E poi... fu come se ci fosse più luce, la musica illuminava quel cortile, non accennava a smettere, acquistava corpo, coraggio.
Rimanevo inchiodata, chiusi gli occhi, restare sola con quella melodia, mi cullò finché non scivolai in quieti sogni.
Il primo raggio di sole rischiarò il mio risveglio, la melodia rimaneva in me come un eco lontano.

lunedì 15 aprile 2013

Sul terrazzino

Si sentiva a disagio, in quella casa, si sentiva così, senza saperne il perché. Era grande, ed era stata arredata da una donna che non conosceva, che non aveva nulla a che fare con lei.
Era una casa fredda, era una casa che la respingeva, ovunque camminava in punta di piedi, sentendosi osservata.
Se mai aveva provato disagio in vita sua, era in quella casa, da sola, nei lunghi pomeriggi di quel settembre surreale.
Solo una parte le piaceva, invero, solo in una parte stava bene.
Quella camera in fondo, quella dismessa, quella che usavano come magazzino, sempre buia e polverosa. Non lo aveva scoperto subito, inizialmente non entrava mai là, poi, per trovare un martello, si trovò a spostare qual foglio di compensato.
Dietro, una piccola portafinestra, conduceva a un terrazzino, ancora più angusto. Una specie di sporgenza direi. Non sapeva da quanto tempo fosse chiuso, la polvere gliene dava un'idea. Si affacciava su una strada sul retro, una stradina privata di alberi e tranquillità.
Il sole fendeva le chiome e accarezzava lievemente la pelle, non aver paura, sussurravano le fronde.
Là stava bene, là rimaneva ore a pensare, là le venne in mente la soluzione a quel problema che, da mesi, la tormentava e che, altrimenti, sarebbe stato l'ultimo della sua vita.

venerdì 5 aprile 2013

L'incubo


Mi sono svegliata con il cuore in tumulto e una leggera nausea. L'incubo aleggiava ancora nell'aria, malgrado ciò non ho acceso la luce, volendo godermelo appieno, non perdere neppure un briciolo di quella brutta sensazione.
Eravamo io e te, al solito. Non nel campo di grano dove ci incontriamo tutte le notti, in tutti i miei sogni, e spero anche nei tuoi. No, non questa volta.
Eravamo su un prato, sulla riva di uno stagno. Uno stagno ben strano a dire la verità. Lindo e limpido, lucente come un mare cristallino.
Un cerbiatto beveva, guardando le nostre persone, giubilo di colori e canto di uccelli. L'amenità di quel luogo era da brivido, nel contrasto con le nostra facce scure.
Mi volevi parlare, lo so, negli occhi te lo leggevo, ma non riuscivi ad aprir bocca, non volevi o non potevi. Non riuscivo a capirlo, con gli occhi mi imploravi di parlare io per te, ma neppure io riuscivo.
Siamo rimasti così a lungo, e nemmeno sfioraci le membra ci era permesso. Vicini e lontani, schiacciati nella morsa di un volere non nostro.
Poi d'un tratto mi son persa in un bosco e tu non c'eri. Cercarti volevo ma la paura m'immobilizzava, sentivo la tua voce chiamarmi, forse era nella mia testa soltanto. A lungo, tra le tenebre, aspettavo e la tua voce mai cessava.
Ancora adesso, e sono sveglia, me la sento nelle orecchie.

domenica 3 marzo 2013

16 Gennaio

Maria si svegliò di buon ora e si vestì con cura. Preparò un caffè e lo bevve tutto, poi ne mise a fare un altro, subito dopo.
La casa era vuota, come ogni mattina, ma le pareva strana, 16 Gennaio, lo aveva segnato sul calendario con un cerchio rosso e un punto esclamativo per ricordare.
Tra tante altre era una data speciale, doveva però ancora scoprirne il motivo. Aveva chiesto un giorno di ferie per essere libera da ogni incombenza.
Iniziò a rassettare l'ambente, anche se era tutto in ordine e lindo.
La telefonata l'aveva ricevuta mesi prima da una voce sconosciuta ma familiare, suadente e gentile da non farla riattaccare subito, come di solito faceva.
Non le aveva detto però il nome, prima si era accertato che fosse lei. Molte domande di un tempo remoto, accenni precisi a fatti lontani.
Chiunque fosse doveva averla conosciuta davvero bene, un tempo, oppure conoscere qualcuno a lei assai vicino.
Fu molto bravo ad evitare le sue domande, le disse solo di attenderlo il 16 del mese Celeste, come lei chiamava Gennaio da bambina, attenderlo e aspettare una bella sorpresa.
Maria era impaziente e un po' arrabbiata, se il suo ospite avesse tardato ancora il caffè si sarebbe freddato.
Lo squillo alla porta la fece sobbalzare.

domenica 24 febbraio 2013

La discarica

Aveva una giacca a vento marrone e il vento gli scompigliava i lunghi capelli grigi. Con un'età indefinita, in piedi vicino al piccolo gazebo, un mozzicone di sigaretta nella mano callosa e il suo piccolo bastardino che gli saltellava intorno.
Non aveva un nome, il cane, e, in fondo, non era nemmeno suo. Un giorno era comparso lì e di una carezza aveva fatto la sua casa. Compariva ogni mattina con la sua andatura sghemba e, fattosi buio, si ritirava tra le ombre della notte. L'uomo non sapeva dove andasse a dormire e, in fondo, non gli interessava. Gli faceva un poco di compagnia nei giorni più vuoti e questo era.
Alcuni giorni erano mortali, non passava neppure un auto. In altri andava meglio, arrivavano in fila dalla città a pochi chilometri e lasciavano i loro ferri vecchi. Lui indicava i cassoni giusti, dava una mano a scaricare anche.
Guardava le facce, studiava i sorrisi, calcolava gli accenti. Si sentiva in compagnia, anche solo per un minuto.
Poi le auto ripartivano, riportavano i guidatori alle loro vite, belle, brutte e mediocri. Lui rimaneva là con il suo cane che non era nemmeno suo, il suo mozzicone sempre a metà e quel volto che non conosceva tempo. Da anni era questa la sua vita.

martedì 19 febbraio 2013

La neve


Chi ha detto che la neve non fa rumore? Bhè, magari non l'aveva mai vista, la neve. O mai sentita.
La neve è il rimbalzo ovattato sopra la tenda, è il raschiare sordo delle pale, la neve è il passo leggero della meraviglia delicata di un bambino. La neve è l'impropero sottovoce del guidatore bloccato, sono le urla di divertimento dei ragazzi nel prato.
La neve sveglia con il silenzio, ma nelle orecchie una melodia lontana: la neve è un rumore che assomiglia a una forma indistinta.
La neve è bianca? Ma non è vero. Il cielo è bianco semmai, quando nevica fitto, le neve risalte e un colore proprio suo non esiste. Giallo del sole, rosso del sangue, blu del cielo. Sebra grigia, quando a grossi fiocchi viene giù, ma vi sbagliate; neppure grigia uando sporca è rimasta giorni sulla strada.
La neve ha il colori dei sogni del bambino e dei ricordi del vecchietto.
Oggi nevica, non vedo colori, non sento rumori, forse farei megio a ricercare la ia meraviglia.

venerdì 15 febbraio 2013

Onirico


Un caldo onirico avvolge tutto il corpo, parte dai piedi e risale, immobilizza le gambe, avvinghia il busto con invisibili quanto mortali spire, le braccia cadono inerti senza più altra possibilità. Arriva alla gola e qui esplode, un urlo che mai si librerà, il respiro affannoso ormai. Vorresti chiedere aiuto ma non puoi.
Il volto è una maschera, rossa, gonfia, sfigurata da questa fiamme che non vedi. Ma ci sono, le senti, sono li con te. La bocca è asciutta, gli occhi bruciano, dove sono finite le lacrime che potrebbero lenirli?
Vedi bianco, a tratti, svenire è vicino, lo sai, lo temi, lo vuoi, anche, ma ne hai paura.
Non si deve svenire in questa brace, o sì?
Senti voci, non sono vicine, non sono lontane, sono là. Semplicemente una lingua che non conosci, la musicalità di un ritmo che non riesci a seguire, suoni aspri, suoni melodici, suoni lunghi suoni aspirati. Si accavallano, come studiata precisione.
Niente intorno a te ha senso, le immagini sono confuse, ma non ha importanza. Un particolare ha colpito la tua vista, adesso esiste solo quello. Sono scarpe da donna, alte scollate, volgari. Ti ripugnano quasi, ma non puoi fare a meno di fissarle. Intorno qualcosa succede, ma non è per te. Tu prosegui il tuo viaggio, con quel caldo, con quei suoni, con quelle scarpe. E basta.
Arriverà?

martedì 5 febbraio 2013

Svegliarsi


Svegliarsi la mattina col profumo di caffè. Svegliarsi la mattina con la fragranza delle brioches. Svegliarsi la mattina con la luce che ti accarezza.

Svegliarsi la mattina ma gli occhi non si aprono, impastati ancora degli incubi notturni, la luce che non vuoi vedere, fuori significa vita, dentro è una fredda lampadina asettica che ti fissa e ti scruta.
Il caffè è finito, mangiare non vuoi, il letto è scomodo, non ti accoglie più, ma non pensi ad alzarti. Le difficoltà sono troppo grandi, gli ostacoli insormontabili, tu sei inerme, del dormiveglia prigioniero.

Il profumo dei fiori, il candore della neve, il romanticismo della pioggia quando ticchetta leggera, ti sei dimenticato quanto li ami, ignori la loro esistenza, fai scudo col lenzuolo, ingenuo, un palliativo della sicurezza che non hai.
Ingenuo sì, siamo tutti un po' ingenui quando la vita non ha ancora ripreso a scorrere in noi e il sonno già ha dato il suo addio.
Ma... dove sono le ciabatte?  

domenica 3 febbraio 2013

Vestito leggero


Giunse in stazione vestito leggero, sebbene facesse già molto freddo. Si fermò in un bar a bere un caffè, ed era l'unico senza fretta, l'unico senza valigie, l'unico vestito così leggero.
Bevve il caffè. E lo fece con molta calma, mescolandolo a lungo tra le spinte di chi fretta aveva.
Uscì e si mise a guardare il tabellone.
Rimase molto, con gli occhi inchiodati su quelle lettere luminose. Il terzo treno, quello che giungeva da più lontano, sarebbe arrivato tra trenta minuti. Non c'era ancora il binario, egli attese paziente, mentre il ritardo cresceva.
Dopo mezzora, di attesa ancora mezzora. Comparve un binario. Il diciassette. Si recò là e sedette su una panchina gelata.
Stava immobile, fermo nell'attesa, con quella giacca a vento consumata. Ma non sentiva freddo.
Non sembrava neppure impaziente.
Il treno arrivò. Gran stridore di freni e rumore di vecchiume. Con uno sbuffo le portiere si aprirono e frotte di viaggiatori uscirono fuori. Valigie pesanti, borsoni gonfi, bauli carichi. Chi si sbracciava, chi cercava qualcuno, chi smarrito tentava di liberarsi dalla calca.
Saluti, baci, strette di mano, abbracci a lungo rimandati.
Lui, immobile, li guardava tutti sfilare, sembrava non avesse espressione.
Ancora pochi minuti e la banchina fu deserta. Rimase solo lui e la consapevolezza che, anche oggi, lei non era venuta.
Si avviò verso casa.
Forse non sarebbe venuta mai.

martedì 29 gennaio 2013

La biblioteca

L'uomo chino, al centro della stanza.
Sedeva come tutti, ma la sua postura appariva diversa. Concentrato su quel libro, un'altra pila al fianco.
La biblioteca era piena, piena di persone che, come lui, chine studiavano intente, nei propri libri sprofondati. La biblioteca era piena di silenzio, il silenzio denso che si può anche toccare. La biblioteca era piena di odori, odori di chiuso e di respiri incrociati.
Molti erano studenti, con i loro jeans strappati e le loro magliette colorate; mentre l'uomo sudava nella sua camicia a righe.
Continuava a cercare, a leggere, nessuno guardava, sfogliava le pagine e, con rabbia, il suo labbro mordeva. Una ruga di preoccupazione segnava il suo volto, nessuno di lui si curava.
La ragazza al suo fianco mordicchiava una matita, il giovane dietro di lui su un saggio di filosofia sbadigliava.
Lui irremovibile, leggeva e leggeva, cercava.
La porta che si apre, la porta che si chiude, passi leggeri condotti sottovoce, il sole che va giù, il rche si alza. Poi la trovò, tra tante altre, simile era quella la frase che voleva.
Provò molte cose,allora, ma fra esse mancava la soddisfazione.